martedì 27 maggio 2014

Un amore Capitale.Salvatore Fornari e Roma

"Un amore Capitale.Salvatore Fornari e Roma"
 



Silvia Haia Antonucci 





  Giovedì 29 maggio 2014, ore 17,30 - Museo Ebraico di Roma


 COMUNICATO STAMPA

La II edizione del Segnalibro, iniziativa promossa dall’Associazione culturale Progetto Arkés e fortemente sostenuta dalla Banca Popolare del Frusinate – evento organizzato in collaborazione con il Dipartimento Beni ed Attività Culturali e l’Archivio Storico della Comunità Ebraica di Roma, il Museo Ebraico di Roma, il Centro di Cultura Ebraica, l’Associazione Daniela Di Castro, con il patrocinio di Roma Capitale, Provincia di Roma e Regione Lazio – è stata assegnata a Silvia Haia Antonucci autrice del volume: Un amore Capitale.Salvatore Fornari e Roma. Edita dalla Esedra, l’opera è stata inserita nella collana di studi ebraici Toledot.

La cerimonia di premiazione avverrà a Roma, presso il Museo ebraico, il 29 maggio p.v. alle ore 17,30 e vede la partecipazione delle più alte autorità della Comunità ebraica, dei rappresentanti delle istituzioni locali e nazionali.

I lavori saranno aperti dal Rabbino Capo, Riccardo Shmuel Di Segni, e dal presidente della Banca Popolare del Frusinate, dr. Carlo Salvatori. A presiedere l’evento sarà Rita Padovano, Presidente dell’Associazione culturale Progetto Arkés.
L’evento si inserisce nel solco della decennale attività dell’Associazione volta a sostenere i giovani.

Il libro, inedito, è il frutto dello sviluppo, rielaborazione e aggiornamento di un lungo studio condotto dall’autrice. Una storia positiva che contribuisce ad arricchire la conoscenza di un popolo presente nella città di Roma da più di ventidue secoli, le cui vicende celano episodi ancora sconosciuti, come il caso di Salvatore Fornari e la sua partecipazione alla vita culturale dell’epoca. L’intento è quello colmare questo gap evidenziando il contributo dato dagli ebrei nella produzione artistica della città di Roma dall’Emancipazione all’Unità d’Italia fino agli inizi degli anni Ottanta del Ventunesimo secolo. Un saggio di eccellenza che la Esedra Editrice ha voluto inserire nella collana di studi ebraica Toledot.

Nel corso dell’iniziativa saranno proiettate immagini del Fondo Fornari conservato nell’Archivio Storico della Comunità Ebraica di Roma. A Silvia Haia Antonucci sarà consegnato un segnalibro, opera del maestro Giovanni Raspini.

All’incontro partecipano: Gianni Ascarelli (Assessore del Dipartimento Beni ed Attività Culturali della Comunità Ebraica di Roma); Flavia Barca (Assessore alla Cultura, Creatività e Promozione Artistica di Roma Capitale); Michela Di Biase (Presidente della Commissione Cultura di Roma Capitale); Fabio Bellini (Vice Presidente della Commissione Affari costituzionali e statutari della Regione Lazio); Lizica Mihut (Presidente del Consiglio Accademico dell’Università “A. Vlaicu” di Arad-RO); Sergio Mattarella (Giudice della Corte Costituzionale).

I tratti di Salvatore Fornari sono tracciati da Cesare Terracina (storico dell'arte); Anna Foa (Sapienza Università di Roma, cattedra di Storia moderna e contemporanea); Claudio Procaccia (Direttore del Dipartimento Beni ed Attività Culturali della CER); Alberto Di Castro (Presidente dell’Associazione Daniela Di Castro).

“Il merito di questo volume – ha dichiarato Rita Padovano – sta nell’aver riportato alla luce la figura di Fornari, ma anche gli ambienti e gli anni in cui egli è vissuto, anni che attraversano la più ampia e tragica storia degli ebrei durante il Novecento. Tutto questo è stato possibile grazie al management della Banca Popolare del Frusinate, il Presidente, Carlo Salvatori, il Presidente Domenico Polselli, il Direttore Generale, Rinaldo Scaccia, il Consiglio di Amministrazione e la Commissione Marketing dell’Istituto bancario”.

martedì 20 maggio 2014

Papa Francesco è il Ministro dell'istruzione del genere umano

Quali sono i numeri di Israele in vista del viaggio di Papa Francesco? 
Sergio Della Pergola
Ci risponde Sergio Della Pergola, professore israeliano di origine italiana, riconosciuto come la principale autorità in tema di demografia e di statistiche relative alla popolazione ebraica in tutto il mondo. Aleteia lo ha intervistato per conoscere da vicino le "cifre" del popolo israeliano (ebraico ma anche cristiano) e per avere uno sguardo “accademico” sull’arrivo del Papa in Terra Santa.

Cominciamo con i numeri. Quanti sono oggi gli ebrei che vivono in Israele e da chi è composta la popolazione ebraica?

La popolazione ebraica ha superato i 6.100.000 di persone ai quali bisogna aggiungere circa 350.000 membri di famiglie ebraiche che però non solo tali in quanto provenienti da famiglie dell’ex Unione Sovietica, per cui una parte della famiglia è membro di altre religioni o non ha alcuna appartenenza religiosa.

Poi ci sono circa 160.000 cristiani in Israele e ci sono circa 130 000 drusi. Di questi Cristiani 125.000/ 130.000 sono di etnia araba, quindi della popolazione veterana, e gli altri provengono da matrimoni misti di ebrei immigrati più di recente che sono registrati come cristiani ma nella vita fanno parte più o meno della comunità ebraica. Questi sono i numeri.

Per quanto riguarda il costante calo demografico relativo alle comunità cristiane in Israele e nei Territori Palestinesi lei ci può dire qualcosa?

Qui c’è da fare una chiara distinzione. La comunità cristiana in Israele è in costante aumento, e negli ultimi 40 anni si è più che raddoppiata. Invece i cristiani nei territori palestinesi sono in costante diminuzione e questo credo sia un fenomeno che ha un’importanza più ampia, perché nella visione delle comunità cristiane del medio oriente, che sono una realtà molto antica, molto importante costituita da molti milioni di persone,esiste un forte rischio che si confondano le situazioni. Esiste purtroppo una situazione di grave persecuzione e disagio per le comunità cristiane un po’ dappertutto nel mondo islamico. Vediamo i massacri perpetrati in Egitto, in Iraq, la situazione è molto difficile in Libano, per non parlare della Siria. Anche nei territori palestinesi c’è stata una grave flessione delle comunità cristiane che è dovuta allo strapotere dei fondamentalisti musulmani in ambito palestinese.

A Gaza non vive quasi più nessun cristiano. Nella Cisgiordania due città importanti, come Betlemme, sede della Natività e come Ramallah-El Bireh hanno avuto un grande calo, per via dell’islamizzazione forzata dei territori palestinesi e la fuga dei Cristiani. Quindi attenzione: Israele è ancora un regime che si può definire “democratico” e le diverse comunità godono di libertà di espressione e protezione. Si può naturalmente stigmatizzare delle forme di vandalismo che ci sono, perché purtroppo esistono balordi in tutte le società, come in tutti i popoli, e ci sono stati anche dei fatti spiacevoli recentemente, ma questi fatti locali non sono da confondere con una dimensione generale di benessere e di sviluppo socio-economico e religioso.

C’è per esempio un episodio che riguarda Nazareth, la più importante città arabo-cristiana dello stato d’Israele. Qui c’è una grande cattedrale nella piazza principale e i mussulmani volevano costruire una moschea sul sagrato della cattedrale. Il governo Israeliano in questa discussione municipale ha preso le parti dei Cristiani e ha deliberato che non si può costruire una moschea di fronte a una cattedrale. Questo tanto per chiarire che sono due tendenze ben diverse: In Israele, in Palestina e in tutto il Medio Oriente. Sarebbe più opportuno che la Chiesa cattolica noti e metta in risalto che il posto in cui le comunità Cristiane possono esprimersi liberamente è proprio lo stato d’Israele.

Si dice che la maggior parte degli ebrei vivano ancora fuori da Israele e che l’Aliyah sia di fatto incompiuto. E’ vero secondo lei? Come commenta questo fatto?

Il fatto di per sé è esatto però ci sono delle premesse fondamentali da fare. Nel 1948, quando è stato fondato lo stato d’Israele, al suo interno ci viveva solo il 5 % del popolo ebraico, il 95 % viveva altrove. Oggi nel 2014 circa il 45% del popolo ebraico vive in Israele e il 55 % vive altrove. C’è stata una rapidissima crescita della comunità ebraica in Israele, in parte compensata da una diminuzione nel numero degli ebrei della Diaspora. Resta il fatto che Israele, che aveva un ruolo marginale quando raggiunse l’indipendenza, è oggi la comunità ebraica più grande del mondo. Questa tendenza è in netta crescita, per cui nell'eventualità in cui si possa arrivare a una maggioranza del popolo ebraico che risiede in Israele è una prospettiva dai 10 ai 20 anni. Naturalmente sempre che le condizioni globali non creino delle catastrofi e dei cataclismi.

Partendo da una situazione in cui in Israele praticamente non esisteva l’Aliyah (che vuol dire "salita, ascesa"), comunemente chiamata “immigrazione”, si procede con dei ritmi abbastanza alternati che riflettono molto le condizioni variabili del sistema mondiale. Bisogna chiarire che in generale le migrazioni internazionali riflettono lo stato delle persone nel paese di origine più che nei paesi di destinazione, quindi il numero di ebrei che emigrano in Israele è sensibile alle condizioni della Diaspora ebraica che hanno avuto momenti veramente molto drammatici e poi momenti più favorevoli. Abbiamo avuto due grandi ondate principali: uno con la fondazione di Israele, quindi gli anni dal 1948 al 1951, anni di grande fermento e di grande immigrazione, soprattutto dopo la grande strage della Shoah e dopo l’esodo forzoso dai paesi musulmani. Poi nel 1990/91 con la caduta del muro di Berlino e la fine dell’Unione sovietica.

E ora?

Siamo intorno a 15-20.000 all’anno, che non sono dei grossissimi numeri, a volte sono arrivate anche 200-250.000 persone in un solo anno. Devo dire però che nel 2014 si nota già un chiaro incremento, abbiamo i dati del primo quadrimestre, da gennaio ad aprile, e siamo dunque a circa un terzo di quello che può essere il totale annuale.

I mesi più intensi sono quelli di luglio e agosto, in cui arrivano più persone e il primo paese oggi è la Francia, che in teoria sarebbe un paese occidentale, sviluppato, democratico. Questo denota un forte disagio nella collettività ebraica francese; al secondo posto rimane la Russia e c’è un evidente incremento dall’Ucraina, in questo momento il terzo paese. È chiaro che le vicende interne di questi mesi sono un fattore di spinta.

In Italia invece cosa succede?

Sono poche centinaia di persone quelle che arrivano in Israele, però in forte aumento. Si potrebbe prevedere che alla fine dell’anno arrivino oltre 200/250 persone, che per l’Italia sarebbe il massimo dagli ultimi 45 anni. C’è qualcosa che succede in Italia per cui molte persone sentono disagio, in primo luogo un disagio economico condiviso da molti; ma anche un disagio culturale e politico di chi sente che qualcosa si sta deteriorando nel meccanismo della tolleranza e della comprensione, della diversità, del pluralismo.

Tutti, seppur con aspettative diverse, attendono l’arrivo di Papa Francesco. Secondo lei un Pontefice cattolico del suo calibro cosa può portare di fatto al popolo israeliano?

C’è molta attesa e grande interesse. Oserei dire che un tempo era un fatto marginale, ora è diventata quasi una routine, fa parte della mappa, delle grandi visite pontificali, questo ovviamente è un elemento positivo. Francesco è una personalità molto interessante, molto positiva, ha ripristinato una grande capacità mediatica che avevamo già visto con Papa Wojtyla, la cui visita in Israele fu memorabile. Per cui esiste questo confronto, c’è molta curiosità, molta simpatia.

Ci sono alcune osservazioni che vorrei fare in proposito: la prima è che ci si aspetta che il Papa menzioni il fatto di fare visita allo stato d’Israele. Non vorremo sentire un riferimento solo alla Terra Santa (senza sottovalutare l’importanza ecumenica che avrà la visita) ma il fatto di enunciare in maniera esplicita che esiste lo stato d’Israele e che fa parte di questa visita. A me non è chiaro se questo faccia parte dei messaggi che Papa Francesco vorrà esplicitare durante la sua visita. Questo fatto è molto importante perché i rapporti diplomatici e il riconoscimento ufficiale da parte della chiesa esistono già dagli anni 90 e sono cresciuti sotto Papa Giovanni Paolo II e sotto Papa Benedetto XVI che ne parlò esplicitamente durante la sua visita. Non era stato così nel 1964 durante la prima visita di Paolo VI che evitò ogni riferimento.

Narrano le cronache quando Papa Montini arrivò al confine le autorità Israeliane stesero un tappeto rosso e lui passò al di fuori del tappeto rosso, proprio per far notare che lui non si considerava ospite ufficiale di quello stato che evitò accuratamente di menzionare. Ma queste sono cose passate.

Io penso che Papa Bergoglio sarà sensibile a queste sottigliezze che hanno una valenza non solo politica ma identitaria. Quindi c’è grande aspettativa nel suo programma di visita.

Vorrei fare un’altra considerazione: Papa Bergoglio porta con sé un’esperienza di una profonda amicizia con la comunità ebraica di Buenos Aires. Fra le persone che viaggeranno nello stesso periodo ci saranno anche il rabbino Skorka, grande amico del Pontefice e già solo per questa scelta c’è molto interesse. Proprio in questo contesto di amicizia vorrei mettere in rilievo che nelle omelie dell’ultimo anno il Papa ha fatto riferimento anche a un passato storico più antico.

Per lei chi è Papa Francesco?

E’ il Papa comunicatore, è il Ministro dell’istruzione del genere umano. L’insegnamento etico di certe sue proposte credo abbiano una valenza universale. Per questo bisogna stare molto attenti alle sfumature dei suoi discorsi. Spesso ha fatto riferimento al fariseo come stereotipo sociologico politico, un’immagine di qualcosa che non riguarda lo stato moderno e la politica contemporanea. Ma il fariseo è anche una figura concreta, reale. La parola fariseo viene dall’ebraico e significa “interprete”. Dunque il fariseo è proprio quel tipo più avanzato e positivo per il quale il testo non va solo considerato alla lettera ma va anche interpretato.

Io personalmente avrei preferito sentire una critica al mondo pagano e non al fariseo “interprete” che è poi il diretto progenitore dell’ebreo di oggi. E qui si entrerebbe in una polemica che non ha senso e che certamente non è voluta dal Papa. Ma l’elemento negativo è il pagano, colui che è alieno da valori morali.

Nel mondo accademico israeliano come è visto l’arrivo di Francesco? E’ vicino o distante da una sensibilità accademico-intellettuale?

Vorrei prima parlare di Benedetto XVI che da alcuni è stato sottovalutato nel suo carattere accademico, serio, riservato, un po’ introverso. Ha scritto e detto cose di enorme importanza. Ha scritto alcune pagine che rimarranno fondamentali, in particolare nel dialogo Cattolico-Ebraico.

Naturalmente Papa Francesco è orientato verso una comunicazione più ampia, come del resto anche papa Wojtyla che nel dialogo tra ebraismo e cristianesimo ha creato una pagina indimenticabile. Il suo storico incontro con il rabbino Toaff con cui c’è stata un profonda amicizia (Giovanni Paolo II lo menzionò nel suo testamento) fa capire il rapporto eccezionale che si era stabilito fra questi due uomini.

Papa Bergoglio porta di nuovo avanti una personalità solare aperta ai rapporti umani. Sono certo che anche lui per quanto riguarda il dialogo cattolico-ebraico voglia fare e dire qualcosa che aiuti a portare avanti questo rapporto di fratellanza.


Fonte: ALETEIA


martedì 13 maggio 2014

Camaldoli: Il cammino dei padri di Israele

Esercizi spirituali 2014

Vivere alla luce della promessa

Il cammino dei padri di Israele




la-sx
Dom 15 - Sab 21 giugno
Corso di esercizi spirituali
Vivere alla luce della promessa
Il cammino dei padri di Israele (Gn 12,1-37,1)
guidato da Flavio Dalla Vecchia, biblista

Presentazione
La Bibbia narra i primi passi di una nazione descrivendo il cammino di una famiglia: i disagi di una vita da emigrati, le tensioni generate dalla sterilità, le invidie e le gelosie tra fratelli. Vicende molto umane, ma tutte vissute all’ombra di una promessa: tra le pieghe delle situazioni quotidiane vi è il filo rosso di una parola pronunciata dall’Onnipotente, che sostiene i protagonisti anche nei momenti più bui e che li orienta al futuro, anche quando dal punto di vista umano sembrerebbe non sia alcuna via d’uscita.
Si racconta il passato per fare memoria delle proprie radici. Le radici non sono, però, solo un monumento da contemplare, ma un appello e un modello: anche oggi Dio non è muto e il cammino degli antenati può aiutare a verificare e purificare il nostro modo di stare alla Sua presenza.

Bibliografia
W. Vogels, Abraham. L’inizio della fede, San Paolo, Cinisello B. (MI) 1999.
J.-L. Ska, Abramo ei suoi ospiti. Il patriarca e i credenti nell’unico Dio, EDB, Bologna 2002.
F. Giuntoli, La storia di Giacobbe, San Paolo, Cinisello B. (MI) 2014.


Prenotazioni e informazioni
FORESTERIA MONASTERO
52014 CAMALDOLI (AR)
Tel. 0575 556013 - Fax 0575 556001
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la-dx
www.camaldoli.it

sabato 3 maggio 2014

Israele e Chiesa: accecamento.


Meditazione su Israele e Chiesa: l’accecamento. 

 di Adolfo Lippi cp


 

 

«Per un lungo tratto di strada camminarono insieme coloro che credevano alla croce e quelli che dovevano portarla. In tal modo la passione del Nazareno divenne pretesto per una passio judaica senza fine nel cuore di un’Europa battezzata» Pinchas Lapide[1].

Sono assai note le raffigurazioni scultoree della Chiesa e della Sinagoga che si trovano in alcune cattedrali medioevali. La Chiesa, raffigurata come una regina trionfante, che inalbera la Croce come un vessillo di vittoria, la Sinagoga umiliata e con gli occhi bendati. La benda sugli occhi ricorda la Lettera di Paolo ai Romani, che parla di un accecamento o indurimento della vista per non aver riconosciuto il Messia. La splendida donna che simboleggia la Sinagoga nella Cattedrale di Strasburgo ha la testa chinata di fianco quasi ad indicare smarrimento.

E’ importante osservare che nel contesto paolino l’accecamento d’Israele riguardo al Messia ha una valenza positiva: serve a far entrare le genti nell’economia della salvezza preparata da Dio per Israele e per tutti gli uomini. Paolo arriva ad argomentare a favore di Israele dicendo: “Se la loro caduta è stata ricchezza per il mondo e il loro fallimento ricchezza per le genti, quanto più la loro totalità!... Se infatti il loro essere rifiutati è stata una riconciliazione per il mondo, che cosa sarà la loro riammissione se non una vita dai morti?” (Rom 11, 12 e 15).

Segue il paragone della radice e dei rami con la seguente conclusione, della quale mi pare che la teologia cristiana si sia ben poco ricordata: “Se ti vanti, ricordati che non sei tu che porti la radice, ma la radice che porta te” (Rom 11, 18).

Nella teologia della sostituzione, dominante fino al recente Concilio, il discorso dell’accecamento fu di fatto estrapolato dal suo contesto. L’apostolo dei gentili è l’unico che abbia patito un’angoscia mortale di fronte all’orgoglio di alcuni cristiani gentili. Ha percepito un pericolo enorme e ha visto giusto. Come si può chiamare il fatto che gli altri cristiani non abbiano avuta alcuna percezione di questo male se non un accecamento? Che fossero così ciechi i crociati del Medio Evo, che dovevano essere assai ignoranti e grossolani, o lo fossero alcuni monaci fanatici lo si può pure comprendere. Ma cosa pensare di uomini impegnati al massimo a favore della giustizia di Dio e del bene comune come Giovanni Crisostomo, Girolamo o Ambrogio di Milano? Non c’è altra riposta se non che anche in essi c’erano dei punti oscuri nei quali non entrava la lucidità di Paolo, nonostante che i suoi scritti fossero considerati Scrittura rivelata.

Per Girolamo gli ebrei sono “serpenti la cui immagine è Giuda e la cui preghiera un raglio d’asino”. Per Giovanni Crisostomo sono “banditi perfidi, distruttori, dissoluti, simili ai maiali, che superano in ferocia le bestie selvatiche… essi immolano al diavolo i loro bambini”. Ambrogio di Milano si oppose all’imperatore Teodosio che aveva ordinato il ripristino di una sinagoga bruciata, scrivendogli: “E’ la mia negligenza ad impedirmi di dare io stesso fuoco alla sinagoga di Milano”[2].

E’ opinione ormai condivisa fra i teologi che il cristianesimo sia identificato in quanto tale dalla teologia della Croce. La croce è criterio ermeneutico e architettonico della teologia cristiana, cioè della conoscenza di Dio da parte dei cristiani. Se riflettiamo per un poco sul passo riportato sopra di Pinchas Lapde, è il caso di dire che, a parte singole persone sante, dalla parte della croce ci sono stati più gli ebrei come popolo che non i cristiani. O meglio che i popoli cristiani parlano della croce, ma il popolo ebraico la porta. Una croce diventata vessillo di potere mondano, come nell’allegoria medioevale della Chiesa, è ancora la croce dell’ebreo Gesù di Nazareth? C’è stato un accecamento diffuso e condiviso senza obiezioni.

Lutero fu il più lucido teorizzatore della teologia della Croce: mentre, per lui, la teologia della gloria cerca Dio attraverso le sue opere grandiose e potenti, la teologia della Croce “insegna che le pene, le croci e la morte sono il tesoro più prezioso fra tutti”, attraverso il quale Dio confonde la superbia e la boria dell’uomo e rivela se stesso in quello che può apparire il suo contrario[3]. Anche lui, però rimase totalmente accecato per quanto riguardava l’umiliazione e la sofferenza degli ebrei. Commenta una teologa protestante: “La chiave di volta della relazione fra Dio e gli uomini è Cristo, vero uomo e vero Dio. Una concezione teologica di tal genere conduce Lutero a contrapporre le sfortunate e movimentate peregrinazioni del popolo ebraico alla marcia trionfale (e sotto moli punti di vista trionfalistica, se soltanto si pensa all’allegoria della Chiesa incoronata e della Sinagoga con gli occhi bendati) della Chiesa cristiana. Paragonando le due storie, gli ebrei dovrebbero arrendersi all’evidenza che la collera di Dio è sopra di loro e che il Signore li ha abbandonati a favore dei cristiani”[4]. E’ un ragionamento rigorosamente opposto a tutta la theologia crucis teorizzata dallo stesso Lutero. Che cos’abbiamo qui, se non un altro esempio di accecamento?

Scriveva ancora Lapide: “Nel pensiero cristiano, il modo di interpretare le sofferenze conobbe una strana dissociazione. Per un verso alla luce della Passione di Cristo esse vennero considerate come un segno celeste del loro accoglimento da parte di Dio… D’altra parte le sofferenze del popolo da cui Gesù ha tratto origine venivano interpretate come il segno della ripulsa, ad opera dello stesso Dio… Si dimenticò e si rimosse il fatto che, stando al dato biblico, l’elezione di Dio e la sofferenza dei suoi eletti sono strettamente congiunte”[5].

La richiesta di perdono fatta dagli ultimi papi al popolo di Israele è stata un enorme progresso per il cammino dell’umanità verso Dio, per la crescita nella scoperta del Dio vivente. Il nostro sogno di oggi è che si faccia insieme un cammino di ascolto di Dio, Israele e Chiesa. Se l’alleanza con Israele non è stata mai revocata, ce ne possiamo noi disinteressare? E, se ci interessa, non lo esprimeremo nella preghiera, anche liturgica? Abbiamo tolto il negativo – oremus et pro perfidis judaeis – : perché non procedere al positivo? Ci possiamo disinteressare dello Stato di Israele e della Terra Santa? Una piccola preghiera liturgica c’è: quella del venerdì santo. Potrebbe ampliarsi.

Ma il caso più eclatante di accecamento non appartiene alle Chiese o alla fede ebraica, bensì ad una corrente di pensiero che dalla luce e dalla visione traeva la propria autocomprensione: l’illuminismo. Secondo questa corrente che ha influenzato e continua ad influenzare la modernità, l’istruzione e il progresso tecnico portano la luce e conseguentemente i comportamenti giusti, l’ignoranza e il rifiuto delle scienze causano l’accecamento e quei comportamenti malvagi e crudeli che noi giustamente deploriamo nelle epoche oscure. E’ accaduto, però, che l’accecamento più scandaloso e più gravido di conseguenze fatali per l’umanità non si sia verificato in tempi oscuri o in qualche nazione arretrata, ma nella nazione forse più evoluta culturalmente, ben ordinata e ben organizzata razionalmente nel secolo ventesimo. Chi ne ha sofferto di più è stato proprio quel popolo ebraico che era stato definito cieco. Mentre l’ubriacatura nazista raggiungeva il suo vertice, i filosofi ebrei Horkheimer e Adorno scrivevano Dialettica dell’illuminismo, che si potrebbe sintetizzare nella tesi secondo cui l’illuminismo tende a convertirsi nel suo contrario, cioè nell’oscurità e nella barbarie.

Non si sradicherà l’antisemitismo dall’Occidente finché non si andrà oltre il piatto egualitarismo illuminista e razionalista che presume delegittimare ogni elezione, ogni vocazione e ogni missione e rende così impossibile la comprensione della fede ebraica.

Ci domandiamo: come è stato possibile Hitler? Possiamo dire di prendere sul serio questa domanda se la traduciamo così: come è possibile che Hitler sia così vicino a noi nell’Occidente cristiano? Ci sono dei passaggi che si possono riconoscere e ripercorrere a volo d’uccello per prendere chiaramente coscienza di ciò che è avvenuto.

I cristiani di cultura greca hanno attuato l’inculturazione della fede cristiana nell’ellenismo, inculturazione che certamente ha avuto anche i suoi meriti. Questo, però, ha già distanziato la cultura cristiana da quella ebraica. Poi questa inculturazione ellenico-bizantina si è ancor più distanziata dalla fede di Israele nella Scolastica aristotelico-tomista. L’illuminismo rompe tanti altri legami. L’analisi che ne fa la Scuola di Francoforte dovrebbe essere studiata sistematicamente. Sia le ideologie fasciste sia quelle marxiste del secolo ventesimo manifestano questa deriva dell’illuminismo. Gli intellettuali in massa, salvo rare eccezioni, hanno canonizzato queste derive spaventose[6].

Mentre tutte le derive del pensiero occidentale si attuavano, un popolo rimaneva fuori e stava a guardare, subendo tutte le minacce di culture potenti quasi come una fatalità legata alla propria fede nell’elezione alla quale non poteva rinunciare, perché essa lo costituiva in quanto popolo[7].

Qui mi viene da ricordare l’ammonimento dell’ebreo Shaùl-Paolo: “Tu non insuperbirti, ma abbi timore. Se infatti Dio non ha risparmiato quelli che erano rami naturali, tanto meno risparmierà te” (Rom 11, 21).

Soltanto un popolo umile – o il popolo costituito da tutti gli umili della terra – potrà indicare la via dell’umiltà, che è la via della fede nel Dio vivente totalmente persa nella mentalità illuminista. Israele mostra che cos’è l’umiltà: non è certamente il ritenersi un popolo superiore ma non è neanche il ritenersi un popolo inferiore agli altri, bensì l’accettare con fiducia e fermezza il peso della fede nel Dio vivente che entra in rapporto con lui. Anche l’ebreo Gesù di Nazareth, che reclama con decisione il suo essere l’inviato del Padre, mostra alla stessa maniera che l’umiltà è la forza di portare il peso della verità della propria elezione fino al Calvario.

La conclusione della riflessione angosciosa e tuttavia piena di speranza di Paolo è: Dio ha chiuso tutti nella disobbedienza per fare a tutti misericordia (Rom 11, 32). Se l’alleanza fra Dio ed Israele non è stata mai revocata, come Paolo aveva insegnato, allora tutti quelli che hanno resistito alla tentazione di scrollarsela di dosso, sono martiri. Questo non ci porta alla disperazione del relativismo religioso e morale, ma solo alla consapevolezza che la storia dell’umanità, letta alla luce della Torah, cioè la storia di Dio nel mondo, va riscritta. E’ una storia punteggiata da diversi accecamenti e liberata progressivamente da autentiche illuminazioni. All’inizio di tutto c’è la fede di Abramo e l’esperienza del vero Israelita che canta: “Lampada per il mio piede è la tua Parola e luce sul mio cammino” (Sal 119, 105). 


p. Adolfo Lippi, passionista
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[1] P. Lapide, in P. Lapide-J.Moltmann, Israele e Chiesa: camminare insieme, Queriniana, Brescia 1982, 50-51.
[2] Citazioni prese da J. Elichaj, Ebrei e cristiani, Qiqajon, Bose 1995, 23 e 26.
[3] Rimando a A. Lippi, Lutero e la theologia crucis, in «La Sapienza della Croce», 1995, 339-358.
[4] L. Kaennel, Lutero era antisemita?, Claudiana, Torino 1999, 74-75.
[5] In P. Lapide – J. Moltmann, Israele e Chiesa… cit., 50-51.
[6] Il recente studio di Yvonne Sherrat I filosofi di Hitler (Bollati Beringhieri, Torino 2014) è illuminante su questo.
[7]Per quanto si possa discutere, dà molto da pensare anche lo studio di Shlomo Sand, L’invenzione del popolo ebraico (Rizzoli, Milano 2010).