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venerdì 3 marzo 2017

Il Seme un giorno germoglierà! "Non disperarti se predichi e ti sembra di non vedere i frutti. Sii sicuro che il seme che hai gettato germoglierà nel cuore di qualcuno"

Midrash Pinhas 


LE RADICI

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"Il punto di vista mio che da circa cinquant'anni dedico molta parte del mio tempo alla riconciliazione tra ebrei e cristiani, cercando di far conoscere ai non ebrei chi siamo noi e che cosa è l'ebraismo che pratichiamo e viviamo sia ortodossi che laici, è che so bene che dovremo affrontare ancora animosità e conflitti, ma sento anche con la mia sensibilità di persona impegnata che i passi tremanti del Papa in Israele sono stati passi le cui orme non possono essere cancellate e devono entrare a far parte intrinseca della Chiesa Cristiana in generale nella sua riconciliazione con chi le ha fornito le radici senza le quali non avrebbe potuto nascere".

Lea Sestieri (IN OCCASIONE DELLA VISITA IN ISRAELE DI PAPA GIOVANNI PAOLO II, 23 MARZO 2000). 






a cura di Vittoria Scanu
Per Amore di Gerusalemme














giovedì 4 giugno 2015

Dialogo tra religioni

"Ben venga il dialogo tra religioni. E siano colloqui che indichino percorsi tesi al raggiungimento di obiettivi comuni per migliorare il mondo, per elevare l’uomo verso la spiritualità allontanandolo dalle sabbie mobili dell’immoralità e della malvagità, per combattere le ingiustizie, la sopraffazione, per debellare la povertà…
 
Quante cose si possono e si devono fare insieme! Ognuno, però, libero di agire e di muoversi all’interno delle proprie tradizioni e del proprio credo. Non si può costruire un’Umanità più giusta, più buona, più unita se si valicano quei confini per cercare di imporre, anche solo psicologicamente, la propria supremazia. In questo modo verrebbero a cadere i presupposti di amore tra D-o e l’uomo, verrebbe ignorato ciò che D-o vuole da noi, e verrebbe dato campo libero all’uomo accecato dalla vanità e dal potere.
 
Oh, se l’uomo potesse capire quanto poco costa cercare nel proprio cuore la scintilla che illumina la mente! Quanto poco costa ascoltare la voce che schiude la porta della libertà, dell’amore, della fratellanza e della felicità!".

di Antonio Tirri
 
È assurdo
e alto si leva il mio grido.
È assurdo
e l’idea mi sconvolge la mente.
Non può la religione dividere
non può,
non può tracciare solchi
anche nella morte.
Nel D-o di Abramo
si annullano le diversità
nel D-o di Abramo
si vince la morte.
E tu
misero uomo
hai voluto erigere steccati
e accecato dal potere
hai voluto la diversità
nella vita e nella morte
annullando la comune discendenza.
Sulle tue spalle infelici
il peso del dolore
il fardello
della sofferenza
e il tormento della morte.
Non può
non deve
la religione dividere.

(Antonio Tirri da "Ascolta, Israele" Giuntina, Firenze 1999)

A cura di "Per amore di Gerusalemme"

giovedì 18 aprile 2013

La pasqua di mons.Clemente Riva

Mons.Clemente Riva con Lea Sestieri

“il vescovo del dialogo”

I cristiani si apprestavano a celebrare la Pasqua del Signore, e gli ebrei la festa di Pèsach, quando mons. Clemente Riva passava da questo mondo alla casa del Padre. Era il 30 marzo 1999, martedì della settimana santa per i cristiani, l’antivigilia di Pèsach per gli ebrei.

“Per Amore di Gerusalemme” ricorda, con affetto e commozione, mons. Clemente Riva, già vescovo ausiliare di Roma e presidente della Commissione Diocesana per l’ecumenismo e il dialogo che, con tenacia evangelica, ha reso possibile la storica visita di Papa Giovanni Paolo II alla sinagoga di Roma, il 13 aprile 1986.

Così lo hanno ricordato:

Mons. Paolo Schiavon: “...La sua disponibilità al dialogo interreligioso e la sua profonda convinzione che la cultura ebraica è un crocevia obbligato dei grandi cammini umani, e che il cristianesimo non si può capire senza un attento studio e un sincero amore verso le tradizioni ebraiche e senza un contatto cordiale e aperto verso il Popolo ebraico. Quando uomini così grandi ci passano accanto, non possiamo più vivere come se ciò non fosse accaduto: essi sono un dono e un richiamo all’imitazione”. (Avvenire,“Roma Sette”)

Rav Prof. Elio Toaff: “Con mons. Clemente Riva c’era un’amicizia che durava da molti anni. Lo ricordo sempre la sera di Kippur: veniva ogni anno, puntualmente, al tempio e si metteva in prima fila per essere il primo a darci l’augurio. E’ un ricordo che non si cancellerà mai. Un mese fa eravamo insieme alla presentazione del mio ultimo libro “Il Messia e gli ebrei”. Mons. Riva in quell’occasione improvvisò, e nelle sue parole affiorava nitidamente quello che è stato lo scopo della sua vita: liberare i rapporti fra ebraismo e cristianesimo da tutti gli ostacoli che si sono accumulati e sedimentati lungo i secoli. Non posso dimenticare, inoltre, la storica visita di Giovanni Paolo II alla sinagoga di Roma. Mons. Riva era stato in prima linea con me nell’organizzarla in tutti i particolari, dagli inviti all’assegnazione dei posti. E’ un uomo eccezionale quello che oggi ricordiamo. Un uomo che alla straordinaria intelligenza e al grande cuore univa un’attività che non conosceva soste. Abbiamo perso un grande amico che difficilmente potrà essere sostituito. E tuttavia la sua opera lascerà una traccia profonda: altri - ne sono certo - continueranno il suo lavoro e si dedicheranno a far sì che ebraismo e cristianesimo possano convivere senza lotte, senza i pregiudizi che si sono formati nel corso dei secoli. Questo è il testamento che ci lascia mons. Riva”.

Amos Luzzato: “Ho un ricordo molto dolce, molto piacevole perché soprattutto mi ha colpito il suo atteggiamento in ascolto. Era sempre un uomo che, quando dialogava con me e probabilmente anche con gli altri, ascoltava: non sentenziava, ma cercava di capire l’interlocutore, con un atteggiamento estremamente mite e aperto, che veramente conquistava. Mi ricordava molto cosa diceva del dialogo il nostro Martin Buber, sottolineando l’importanza di immedesimarsi nella persona che si ha di fronte e di essere se stessi in quanto dialoganti. Ho la sensazione di aver perso di più di un amico, direi davvero un fratello”.

Tullia Zevi: “Calmo, sorridente, sereno, sempre incoraggiante. Ci accomunava la convinzione che bisognasse veramente lavorare insieme per cercare di porre rimedio ai mali, che stanno travagliando senza sosta l’umanità”. 




a cura di Vittoria Scanu


giovedì 6 dicembre 2012

SANTITA', BENVENUTO SU TWITTER!

Il presidente Shimon Peres a Papa Benedetto XVI 

“Santità, benvenuto su Twitter. Le nostre relazioni con il Vaticano sono al meglio e possono costituire una base per rinsaldare la pace in tutto il mondo”.




Con questo messaggio il presidente dello stato di Israele Shimon Peres, ha voluto salutare il pontefice Benedetto XVI che aveva annunciato, gli scorsi giorni, la nascita di un suo profilo sul popolare social network.

Il messaggio di Peres è stato inviato nel giorno in cui il Presidente ha accolto le credenziali del nuovo Nunzio Apostolico in Israele, Mons.Giuseppe Lazzarotto. “Mi auguro – ha spiegato Peres – che le ottime relazioni tra Israele e Santa Sede possano continuare a migliorare. Ci sentiamo responsabili per il benessere della comunità cristiana in Israele, e per i luoghi santi, compresi chiaramente i siti cristiani”.

“Noi riteniamo – ha sottolineato il presidente Peres – che il rapporto tra Israele e Santa Sede sia ora più profondo e che sappia guardare al futuro. Le tre grandi religioni monoteiste hanno la capacità di influenzare le coscienze. E’ della pace che abbiamo bisogno di più di ogni altra cosa, la pace nella fede e la pace nella nostra vita quotidiana”.

“La cosa importante – ha dichiarato il nuovo Nunzio Apostolico Lazzarotto – è avere buona volontà e cercare ciò che abbiamo in comune, ciò che ci unisce e sempre trovare un modo comune per camminare insieme. Dobbiamo lavorare insieme per la pace, per la buona comprensione e il dialogo”. 



Fonte: Romaebraica.it - 5 dic 2012


Gerusalemme - Shimon Peres e Benedetto XVI piantano un ulivo








giovedì 15 novembre 2012

30° AEC di Roma: Messaggio del Cardinal Koch

Messaggio di auguri del Cardinale Kurt Koch

in occasione dei 30 anni dell’Amicizia ebraico-cristiana di Roma

                                                            
Cardinale Kurt Koch

“Ecco quanto è buono e quanto è soave che i fratelli vivano insieme”, così leggiamo nel primo versetto del Salmo 133. Anche se nella stesura originaria del Salmo, per “fratelli” sono esclusivamente intesi gli appartenenti al popolo d’Israele, oggi, dopo che Papa Giovanni Paolo II ha chiamato gli ebrei i fratelli maggiori dei cristiani e Papa Benedetto XVI i nostri padri nella fede, si può parlare di una comunità di fratelli e di sorelle tra ebrei e cristiani. Siamo inscindibilmente legati gli uni agli altri per quanto riguarda i fondamenti essenziali della fede nel Dio d’Israele e siamo uniti da un ricco patrimonio spirituale comune, perché possiamo guardare ad un lungo passato comune. Il cristianesimo ha le sue radici nell’ebraismo; quest’ultimo costituisce il nucleo della sua identità. Gesù è e rimane un figlio del popolo d’Israele, è segnato da quella tradizione e, per questo, può essere esattamente compreso soltanto a partire da tale orizzonte culturale e religioso.

L’Amicizia ebraico-cristiana ha fatto propria questa visione spirituale e porta avanti il dialogo tra cristiani ed ebrei nella fratellanza e nell’amicizia. Sono grato che, a livello della concreta convivenza quotidiana, si siano formati gruppi che costruiscono ponti tra ebrei e cristiani nello spirito di Nostra aetate (n. 4). In ultima analisi si tratta di conoscerci più da vicino nelle nostre rispettive tradizioni religiose e di imparare ad apprezzarci vicendevolmente. Cristiani ed ebrei dovrebbero familiarizzarsi sempre di più gli uni con gli altri. Nel campo dell’educazione e della formazione, questo aspetto non dovrebbe mai essere tralasciato. Pregiudizi e malintesi nascono infatti quando l’altro rimane estraneo e inaccessibile.

Sono lieto, in particolare, che l’Amicizia ebraico-cristiana di Roma possa oggi festeggiare il trentesimo anniversario della sua fondazione. La comunità ebraica in questa città è più antica della nostra Chiesa. Possiamo guardare ad una convivenza tra ebrei e cristiani di quasi duemila anni, che sicuramente non è stata priva di tensioni, ma che in vari momenti è stata anche segnata da una proficua collaborazione. E proprio qui a Roma, dove le radici della comunità ebraica risalgono già al tempo dei Maccabei e dove gli inizi della nostra Chiesa si riallacciano agli Apostoli Pietro e Paolo, l’amicizia e la collaborazione tra ebrei e cristiani sono particolarmente importanti. Sono profondamente riconoscente per il prezioso contributo apportato dall’ Amicizia ebraico-cristiana di Roma in favore della promozione di una relazione sempre migliore tra ebrei e cristiani nella nostra città. E tengo ad esprimere all’Amicizia ebraico-cristiana, in questa lieta ricorrenza che oggi viene celebrata, i miei migliori auguri, invocando la benedizione del nostro Dio che sempre ci assicura la sua presenza e il suo aiuto.


Kurt Cardinale Koch

Presidente della Commissione per i rapporti religiosi con l’ebraismo della Santa Sede




lunedì 5 novembre 2012

RITROVARE IL “VOLTO EBRAICO” di GESU’

I motivi di un dialogo che deve continuare a partire dalla radice comune

Rav Giuseppe Laras

A distanza di sessant'anni dall'emanazione delle norme anti-ebraiche del regime mussoliniano, a chi mi chiede un commento, un'impressione o un ricordo che riassuma l'impatto che quella normativa scellerata ebbe sugli ebrei italiani, che dall'oggi al domani scoprirono di non essere più uomini e donne normali, ma una sorta di "paria" emarginati ed estromessi dalla vita, che fino a poco tempo prima, bene o male, riuscivano a condurre insieme agli altri cittadini, io rispondo con una parola: incredulità.

Al di là, infatti, del dolore, delle preoccupazioni e della disperazione che un tale stato di cose induceva in tutte le famiglie degli ebrei d'Italia, lo stupore per un'iniziativa tanto criminale quanto ingiusta, in me (allora ero piccolissimo) e nei miei era prevalente su altri sentimenti, anche se in realtà chi avesse tenuto d'occhio i segnali sempre più intolleranti che emergevano dalla politica del regime già da diversi anni, si sarebbe accorto che qualcosa di efferato stava maturando contro gli ebrei.


Oggi, con riferimento a quei giorni, sono più portato a chiedermi come sia potuto accadere che la popolazione, cioè la gente comune, i colleghi, i conoscenti dei quarantamila ebrei italiani, nella loro stragrande maggioranza, non abbiano reagito, non abbiano mosso un dito, non abbiano detto una parola magari solo di solidarietà e di condivisione nei confronti delle vittime, fino a pochi giorni prima persone libere e normali come loro.


Ricordando la Shoah

A pensare e scrivere queste cose mi induce una lettera di Luigi Giussani pubblicata su la Repubblica del 2 gennaio 2000, intitolata «Noi siamo degli ebrei». Don Giussani si riferisce al rifiuto di Pio XI di dare un avallo alle leggi razziali, come gli veniva richiesto, rifiuto formulato più o meno con le parole «Noi siamo spiritualmente degli ebrei».


È certo che questa frase torna ad onore del Papa di allora, ma, a un tempo, fa emergere in maniera drammaticamente evidente come quei nobili e religiosi sentimenti non fossero di fatto condivisi e testimoniati dalla stragrande maggioranza dei cittadini italiani di allora, tutti di fede cattolica. E viene, in particolare, da chiedersi - stimolati dalle parole elevate di don Giussani - quale concezione dell'uomo sia stata insegnata e trasmessa a quella generazione, se si è potuto abbandonare alla persecuzione e alla morte - senza dire o fare pressoché nulla - uomini, donne e bambini che, ancorché colpevoli di essere ebrei, erano pur tuttavia portatori, assieme a tutti gli altri uomini, del marchio divino (immagine=zélem) che conferisce una sorta di sacralità da non conculcare e da non profanare mai.


Debbo riconoscere che da quei tempi lontani a oggi, è stato percorso un lungo tratto di strada che ha consentito al popolo cristiano (almeno in una sua parte che non sono in grado di quantificare, ma che è comunque qualitativamente rilevante) di vedere con altri occhi e con altro cuore gli ebrei, riscoprendo nella loro lunga e misteriosa storia spirituale taluni elementi comuni che spiegano e giustificano alcuni tratti dell'identità religiosa dello stesso popolo cristiano.


La storia di Israele

Sono gli effetti del cosiddetto "dialogo" che, sia pur faticosamente, sta plasmando un nuovo tipo di approccio da parte di cristiani ed ebrei nei confronti gli uni degli altri.


Io oso pensare - anche in questo particolare contesto ci si sente troppo inadeguati e fragili per esprimere giudizi e previsioni - che da parte della Chiesa si dovrebbe insistere di più (anche se già qualcosa si sta facendo in tale direzione) per una maggior conoscenza della storia e della spiritualità di Israele, al fine di riuscire a restituire un "volto ebraico" a Gesù.


Che cosa significa "un volto ebraico"? Significa che fino a pochissimo tempo fa il volto, la figura, la vita, i pensieri, la lingua di Gesù non avevano alcunché che ricordasse l'Ebraismo e l'ebraicità. Eppure Gesù era ebreo e, fino alla sua morte, si muove e opera all'interno di un'ottica, religiosa e comportamentale, assolutamente ebraica.


Una tale operazione di estraneazione di Gesù dal popolo d'Israele - che risponde evidentemente a motivi politici, apologetici e quant'altro in cui, peraltro, non sono legittimato a entrare - ha, secondo me, posto le premesse e acuito un antisemitismo divenuto sempre più virulento e aggressivo.


Il recupero della figura di Gesù all'interno di un contesto ambientale dominato da idee, concezioni e usi appartenenti alla tradizione d'Israele, potrebbe - col tempo, con perseveranza, con pazienza, con l'ottimismo che nasce dalla fede in un futuro pacificato e affratellato, giusta la concezione messianica - rivelarsi la carta vincente risolutiva della partita contro l'antisemitismo cristiano.


Ritrovamento e riconciliazione

Occorre che cristiani ed ebrei vadano avanti in questo cammino di ritrovamento e di riconciliazione, ciascuno con la sua fede e le sue certezze, nella consapevolezza che un superiore e misterioso disegno provvidenziale entrambi ci coinvolge e ci guida fino al momento, quando Dio vorrà, del suo disvelamento.


Come scrive don Giussani, penso anch'io che la fedeltà nell'attesa di Dio sia faticosa e possa talvolta tradursi in uno stato doloroso del credente. Aggiungerò solo che la certezza di un domani che sarà migliore di oggi (è questa la quintessenza della dottrina messianica d'Israele), unita a un senso di umiltà, che dobbiamo ritrovare in vista di un appuntamento così promettente e grandioso, potrà forse liberarci dalle angosce e dalle ingiustizie del presente.


Rav Giuseppe Laras 

Presidente emerito dell'Assemblea rabbinica italiana.

venerdì 5 ottobre 2012

AMICIZIA EBRAICO - CRISTIANA - ROMA

nuovo presidente: Marco Morselli

“Per amore di Gerusalemme” esprime vivo compiacimento per l’elezione a presidente dell’Amicizia ebraico-cristiana di Roma del prof. Marco Cassuto MORSELLI, della comunità ebraica romana, e formula i più fervidi auguri di buon lavoro al neo eletto e ai sette membri del Consiglio:

Adelina Bartolomei, vicepresidente, valdese, con il compito della documentazione sull’attualità, alimentazione del Sito e relazioni con i Soci e simpatizzanti, oltre che con la Chiesa Valdese e Luterana e con il SAE (Segretariato Attività Ecumeniche).

Marina Zola, vicepresidente, cattolica. Tesoriera e incaricata delle relazioni con la Diocesi, il Movimento dei Focolari, e l’Associazione Religioni per la Pace.

Maria Letizia Giordano, metodista. Curatrice dell’Archivio cartaceo (fotocopie) e dei Libri custoditi nella Biblioteca della Facoltà Valdese di Teologia. Incaricata delle relazioni con la Chiesa metodista.

Enrico Modigliani, Comunità ebraica. Laico, già deputato al Parlamento della Repubblica, ha l’incarico dei rapporti Istituzionali. Fondatore del “Progetto Memoria”, sensibile ai temi della laicità dello Stato e della Libertà religiosa.

Primo Piermattei, cattolico. Creatore e curatore del Sito Internet www.aecroma.it
Assieme alla moglie Maria Brutti Piermattei, cattolica, studiosa di teologia biblica, hanno l’incarico dei rapporti con l’ICCJ (International Council of Christians and Jews)

Eric Noffke, pastore della Chiesa Metodista e docente presso la FVT. Consulente teologico all’interno del Consiglio.