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mercoledì 16 agosto 2017

La Stele di Merneftah

Succede oggi al Cairo
Angela Polacco Lazar
Stele di Merneftah

La Stele di Merneftah e' l'unico riferimento extrabiblico che si riferisce a ISRAELE.
Al Cairo le autorità del Museo ( e politiche), hanno deciso di cancellare nelle didascalie che spiegano la storia di questo reperto, ogni riferimento al termine geroglifico che si riferisce a Israele. La motivazione : non rendersi complici della storia inventata dai sionisti per giustificare a fini propagandistici la loro presenza in questa parte di mondo!
Secondo gli studiosi, il faraone Merneftah era il 13° figlio di Ramses II e regnò all’incirca dal 1212 al 1202 a.E.V., verso la fine del periodo dei giudici in Israele. Nelle ultime due righe della stele si legge: “Canaan è privato di ogni sua malvagità; Ashqelon è deportato; ci si è impadroniti di Ghezer; Yanoam è come se non fosse più; Israele è annientato e non ha più seme”.
Il saggista Hershel Shanks così si esprime circa l'importanza di questa iscrizione : “La stele di Merneptah mostra che nel 1212 a.E.V. esisteva un popolo chiamato Israele, e che il faraone d’Egitto non soltanto lo conosceva, ma riteneva pure un vanto il fatto di averlo sconfitto in battaglia”. William G. Dever, docente di archeologia del Vicino Oriente, commenta: “La stele di Merneptah dichiara inequivocabilmente: In Canaan esiste un popolo che chiama se stesso ‘Israele’ e che quindi è chiamato ‘Israele’ dagli egiziani, i quali in fin dei conti non sono certo influenzati dal testo biblico e non possono avere inventato questo specifico popolo chiamato ‘Israele’ unicamente per i propri scopi propagandistici”.
Nella Tora'- Pentateuco il termine “Israele” compare per la prima volta quando questo nome viene dato al patriarca Giacobbe. I discendenti dei 12 figli di Giacobbe furono chiamati “i figli d’Israele”. (Genesi 32:22-28, 32; 35:9, 10) Anni dopo, sia Mosè che il faraone d’Egitto usarono il termine “Israele” per indicare i discendenti di Giacobbe. (Esodo 5:1, 2)

a cura di Vittoria Scanu

lunedì 29 maggio 2017

Shavuòt (6 Sivan 5777 – 31 maggio 2017) di Antonio Tirri

Buona festa di Shavuòt !

LA LUCE DELLA TORA'
Shavuòt, festa della Rivelazione, tempo in cui ci fu data la Torà, è la consacrazione d’Israele a Sacerdote del mondo perché diffonda quelle Dieci Parole ascoltate nel deserto che, ancora oggi immutate, sono le leggi della morale universale. Consci di questa missione, auguriamoci che la luce della Torà illumini il buio di questo nostro mondo e di questo nostro vivere sedotto dall’indifferenza, dal potere e dal miraggio della ricchezza, affinché nello studio e nella riflessione si possa trovare la strada che porta alla conoscenza di D-o Benedetto.    Chag Shavuòt Sameach!
Le dieci parole/ I dieci comandamenti
1. Io sono il Signore tuo D-o che ti ho tratto dalla terra di Egitto, dalla casa di schiavi.
2. Non avere altri dèi al Mio cospetto. Non farti scultura né alcuna immagine di ciò che è in cielo al di sopra, o in terra al di sotto, o nell’acqua, che sta al di sotto della terra. Non prostrarti ad esse e non adorarle, perché Io sono il Signore tuo D-o, D-o geloso, che tengo conto della colpa dei padri sui figli e sugli appartenenti alla terza e alla quarta generazione se essi Mi odiano, e che uso benignità fino alla millesima generazione per coloro che Mi amano e osservano i Miei comandi.
3. Non pronunciare il nome del Signore tuo D-o invano, perché il Signore non assolverà colui che pronuncerà il Suo nome invano.
4. Ricorda il giorno del Sabato per santificarlo. Sei giorni lavorerai e farai ogni tua opera, e nel giorno settimo, Shabbat per il Signore tuo D-o, non fare alcun lavoro tu, tuo figlio, tua figlia, il tuo schiavo, la tua schiava, il tuo animale, e il forestiero che è nel tuo paese, perché in sei giorni fece il Signore il cielo, la terra, il mare e tutto ciò che è in essi, e si riposò nel giorno settimo; perciò il Signore tuo D-o benedisse e santificò il giorno di Sabato.
5. Onora tuo padre e tua madre affinché si prolunghino i tuoi giorni sulla terra che il Signore ti dà.
6. Non uccidere.
7. Non commettere adulterio.
8. Non rubare.
9. Non parlare riguardo al tuo compagno come teste falso.
10. Non desiderare di impossessarti della moglie del tuo compagno. Non desiderare di impossessarti della casa del tuo compagno, del suo schiavo, della sua schiava, del suo bue, del suo asino, e di tutto
ciò che appartiene al tuo compagno. (Esodo 20, 2-14)



Dal film: "I DIECI COMANDAMENTI" Mosè riceve le tavole della Legge



A cura di Vittoria Scanu / Per Amore di Gerusalemme


lunedì 3 aprile 2017

PESACH/ Pasqua ebraica

Seder pasquale: il bicchiere di Elia e la libertà.
di Augusto Segre

Haggadot di Pesach


"Nelle sere del Seder vi è nelle nostre case un’aria festosa, come se noi stessi, ci fossimo liberati dalla schiavitù egiziana. La Libertà non ha tempo, non ha limiti, non va cioè calcolata secondo gli anni o i secoli, ma secondo la nostra onesta capacità e sincera volontà di assumere su noi stessi questa grande, immensa responsabilità di renderci liberi e di continuare ad essere  tali per assolvere a tutti i nostri doveri verso Dio e verso gli uomini.

E’ noto a tutti che la sera di Pesach si prepara sul tavolo un quinto bicchiere, che viene chiamato il bicchiere di Elia, il profeta. Secondo la tradizione questo profeta è atteso perché deve venire ad annunciare la Gheullà finale, l’ultima definitiva liberazione da tutto ciò che si oppone alla giustizia e alla pace, a proclamare l’avvento dell’Era Messianica.

E’ interessante notare come i nostri padri abbiano collegato questi due concetti : la libertà dalla schiavitù egiziana con la libertà messianica.
La libertà del singolo porta alla libertà dei popoli e l’opera concorde di tutti i popoli porta e deve portare alla pace universale tanto attesa.

La libertà è sempre stata per tutti la grande necessaria premessa per il raggiungimento della pace universale, dell’Unità degli uomini neIl’Unità di Dio. La pace infatti giungerà per tutte le genti quando ciascun essere umano potrà vivere in libertà ed avere tutto ciò di cui ha bisogno, secondo le sue necessità. La pace, che per essere veramente tale, deve essere universale e duratura sarà realizzata se duratura ed universale sarà la libertà per tutti gli uomini.

Anche quest’anno noi prepareremo con immutata secolare speranza il quinto bicchiere di vino, in attesa dell’illustre ospite.

Non sappiamo esattamente quando, tanto difficile ed aspro è  il nostro cammino, ma sappiamo certamente che egli verrà per portarci questo grande dono del cielo, allorché tutti gli uomini di buona volontà sapranno e vorranno camminare per le vie della Giustizia, e i popoli, tutti concordi, collaboreranno in pace e in armonia, secondo la parola del Signore, per costruire la casa sicura dell’amore e della fratellanza umana".


Schede illustrative del Seder (ordine) di Pesach


Foto delle Haggadot e Schede Illustrative del Seder: di Vittoria Scanu

giovedì 23 marzo 2017

Gerusalemme: città davidica

GERUSALEMME: luna piena

“Gerusalemme per i biblisti è riferimento fon­damentale: la lingua ebraica è parlata, si può vivere la cultura giudaica, si possono compren­dere meglio feste come Sukkot, Pasqua, Penteco­ste… Si scopre un popolo ancora vivo che con­tinua a sperimentare la vocazione di Abramo. In secondo luogo, si costata che in Terra Santa è stupefacente, straordinaria per l’archeologia. Si nota che la Scrittura non è semplice composizio­ne di generi letterari, ma testimonianza di una realtà che gli archeologi stanno scoprendo ogni giorno. Uno degli ultimi scavi, ad esempio, ha interessato la città di Magdala, rinvenuta con la sinagoga, il foro, i bagni rituali, il porto, stu­penda meraviglia. Gli Ebrei ne hanno cercato sempre la parte del periodo di Davide, perché interessa dimostrare che la Terra promessa è stata data a loro già in quel periodo… Invece, dei resti dell’epoca del re Davide essi rinvengo­no quelli che riguardano il Figlio di Davide, con documentazione archeologica che si riferisce ai tempi di Gesù, cioè al periodo romano; ancora prima di trovare livelli più antichi. È questo il fascino di stare a Gerusalemme. Ogni anno ci sono scoperte archeologiche e si appura sempre più che il testo della Scrittura appartiene davve­ro alla terra e alla storia d’Israele. E che quindi c’è realmente una storia biblica, come una geo­grafia biblica, molto importante e sempre di più svelata e conosciuta”. 

Padre Frédéric Manns, biblista



A cura di Vittoria Scanu

sabato 11 marzo 2017

La lettera di Rav Giuseppe Laras, rabbino capo emerito di Milano e presidente del tribunale rabbinico del Nord Italia, ai vertici dell'Associazione Biblica Italiana.

Rav Giuseppe Laras
Qui di seguito i punti salienti della lettera:


«1. Partiamo dalla frase finale (“La trattazione del tema generale del convegno, così delineata, intende evitare l’impressione che si voglia parlare della religione dell’Antico Testamento in luce negativa”): i latini solevano dire “excusatio non petita, accusatio manifesta”! E, per inciso, fa specie che, proprio dei biblisti, ad esempio, usino l’espressione A.T. e non Bibbia Ebraica, Primo Testamento o Scritture di Israele, indipendentemente dai Documenti Ufficiali redatti negli scorsi decenni dalla Chiesa Cattolica, da altre Chiese e dal dialogo ebraico/cristiano. (qui sono “conservatori” È certamente significativo, circa il punto 1, che non figuri (nemmeno pro forma o per portare acqua al loro mulino) neanche un ebreo biblista o rabbino in siffatte giornate di studio.

2. Si parla di “religione dell’AT”, introitando l’idea che l’ebraismo postbiblico rabbinico e il cristianesimo siano fratelli diversi e gemelli di una supposta religione biblica precedente (qui fanno i “progressisti”, recependo l’ultimo ambiguo documento vaticano sul dialogo ebraico-cristiano) di cui sarebbero egualmente eredi ebrei e cristiani.

3. Circa codesta “religione dell’AT”, coincidente con ogni evidenza con la Torah (e difatti vi mettono in polemica Giobbe, che non ha connotazioni ebraiche così evidenti), costoro affermano a più riprese che essa è “ambivalente”, con “ambiguità” e una “rivelazione double-face”. È chiaro dai toni che, per questi lettori cristiani, vi è uno scarto e un’opposizione con la fede e gli scritti cristiani successivi (il che è contraddittorio però con il punto 3), di cui è detto infatti che ha avuto un rapporto “dialettico”, cioè come a dire che se ne sono “smarcati”. È evidente il marcionismo, con buona pace di Agostino di Ippona, che, nonostante il disastroso sostituzionismo, riuscì comunque a scrivere circa le Scritture ebraiche: «In vetere Testamento novum latet, in novo vetus patet» (Hept. 2, 73: PL 34, 623). Inoltre, cosa ancor più significativa, i termini “ambivalente” e “double-face” esprimono un chiaro giudizio assiologico negativo. Il marcionismo non è quindi più teologico, ma etico (cosa ancor più preoccupante). Probabilmente le persone che hanno organizzato il convegno (senza nemmeno l’ipocrisia di invitare un ebreo biblista) si sono sentite incoraggiate dai contenuti di vari Angelus e omelie dell’attuale Pontefice.

4. L’opposizione Profeti e Agiografi versus Torah, intesa come universalismo e profetismo contro moralismo e legalismo, ricalca il marcionismo tradizionale (e qui sono ancora “conservatori”)… e si tratterebbe di “biblisti”!

5. L’opposizione succitata rientra coerentemente con l’orrenda bozza di titolo: “Israele popolo di un Dio geloso: coerenze e ambiguità di una religione elitaria”. Risuona nell’orecchio, per contrario, il titolo dello sciagurato scritto di A. V. Arnack “Marcione, il Vangelo del Dio Straniero”… È chiaro che “geloso” e “elitaria” sono caratteri etici, simbolici e politici negativi. E hanno una storia -che costoro sin nella bozza di titolo hanno fatto finta di ignorare- antisemita! E restano tra gli argomenti preferiti degli antisemiti odierni!

6. Il carattere binario della Torah (universalimo/particolarismo; Israele/ Popoli; ideale/concreto; estasi/normativa; misericordia/giustizia), degradato a “ambiguità double-fax”, sarebbe la base secondo costoro per la nascita del fondamentalismo e dell’assolutismo, qualora salti uno dei due termini delle polarità. Questo ammesso e non concesso, tuttavia ovviamente non viene analizzato l’altro caso in cui può manifestarsi la sconnessione dei termini delle polarità: cioè quello dell’utopia…come se nella storia dei singoli e delle collettività non sia stato un veleno altrettanto pericoloso,dilagato e dilagante abbondantemente nei vari universi cristiani per secoli (vd. sessualità, vita politica, riflessioni su guerra e pace)!

7. Pare evidente dai toni e dai contenuti dello scritto introduttivo che chi scrive (oltre a essere antisemita e marcionita) sia ateo, nel senso deteriore del termine (ci sono infatti atei che sono persone degnissime e rispettabilissime): la Scrittura cioè è intesa unicamente e solo come elaborazione di temi e idee, tra cui si può selezionare un’antologia ragionata di ciò che è oggi accettabile o meno, in base allo spirito del tempo. Questo non sarebbe accettabile se applicato a un’opera letteraria fondativa, smembrata e compresa con altri criteri esterni, come la Divina Commedia o l’Eneide, ma con la Bibbia sì. La domanda che si impone, oltre alla constatazione della loro non-credenza, è: perché? a cosa risponde questa loro esigenza?

8. È strano che questo “ateismo teologico”, peraltro poco rigoroso, non risponda, se assunto effettivamente, con la più semplice delle spiegazioni, ossia quella sociologica: la Bibbia sarebbe fatta così come loro la descrivono -sempre che ci si voglia muovere in questa prospettiva falsante- perché espressione di una minoranza assoluta determinata a resistere, che si vuole preservare e che vuole darsi un senso “per differenza” rispetto alle maggioranze in cui è nata e da cui era schiacciata.

9. La cosa drammaticamente significativa è che questa operazione sia portata avanti non da filosofi o teologi (e sarebbe grave ugualmente), che farebbero cioè un “meta-lavoro” su questi dati, ma da biblisti, ossia coloro che dovrebbero essere innamorati per professione del testo biblico e lontani per formazione dal marcionismo, il che è ancor più preoccupante. Come è molto preoccupante che questi signori, nel parlare dei rapporti e degli eventuali prestiti tra la “religione dell’Antico Testamento” (che espressione odiosa e assurda!) e le altre “religioni coeve”, non colgano -o non vogliano ammettere- quantomeno una folgorante differenza qualitativa tra queste ultime e il monoteismo abramitico e mosaico… e sarebbero biblisti!

10. Cosa ancor più preoccupante, ancora così scrivono: “Questo aspetto andrà approfondito con attenzione, perché inciderà sulle religioni post-bibliche (sarà accentuato nel rabbinismo post-biblico, dialetticamente affrontato nel cristianesimo, globalmente assimilato nell’Islam). L’ambivalenza della Tôrāh si riscontra su due versanti.” Purtroppo non si tratta di una novità e sembrerebbero saldarsi pericolosamente qui “cattolicesimo filo-islamico”, “vecchio marcionismo” (specie ora in una prospettiva etico-intersoggettiva e non più teologica) e alcune tesi sostenute da non pochi islamologi occidentali: ossia che la parte fondamentalista del Corano sia in primo luogo e soprattutto un’eredità ebraica (la Bibbia Ebraica) e che gli eccessi della Sharia siano dovuti eminentemente ad opera di ebrei convertiti all’Islam nei secoli o di loro discendenti (come se le norme sofisticate e oppressive dell’impero cristiano bizantino non siano state recepite dalla normativa aggressiva teologico-politica islamica!). A titolo informativo ed esemplificativo ecco quello che scrive il docente C. Lo Jacono (Einaudi) nel suo “Storia del Mondo Islamico VII-XVI secolo”, un occidentale dunque e non un musulmano arabo (pg 8): “Un Dio clemente dunque, che ama le Sue creature e che indica loro, per Sua grazia, il Suo volere (e dunque il bene) e quanto gli dispiace (e dunque il male), compiendo ed evitando i quali l’uomo potrà francescanamente sperare “ka la morte secunda no ‘l farrà male”. Un Dio tremendo, però, Onnipotente e giusto, come il Dio degli Ebrei, che non tollera compagni da associarGli nella venerazione dovutaGli, con cui non è possibile alcun patteggiamento e che esige la totale sottomissione….” Ora, chiaramente nella bozza dell’ABI questo non è scritto, tuttavia non pare remoto il fatto che si voglia andare a parare esattamente lì. Il che culturalmente, religiosamente e politicamente significa andare a sollevare l’Islam e la sua tradizione da responsabilità primarie di sorta, in quanto erede passivo di tradizioni arcaiche negative (le nostre), ossia la Torah (peccato che questi biblisti si dimentichino che per i musulmani la Torah è erronea e alterata, e non da un punto di vista filologico bensì teologico-fondativo). Vi sarebbe infine da ricordare a costoro che non poche delle argomentazioni antigiudaiche presenti nel Corano e nella Sunna sono state da più studiosi ricollegate con estrema facilità all’antigiudaismo militante dei gruppi cristiani arabi locali ai tempi di Muhammad, molti dei quali convertitisi all’Islam nascente e imperante. Questo se proprio si vuol parlare di responsabilità remote….!

11. È interessante che, in tale senso, si voglia ledere proprio la base e il senso del Tanakh, spuntando o mettendo forti ipoteche sul suo concetto cardine, ossia quello teologico e pratico di libertà, ancora una volta addomesticando l’Islam svilendo la Bibbia.

12. Molti di noi hanno “toccato per mano” la scelta di certi ambienti cattolici di preferire l’abbraccio con l’islam al “trialogo” includente l’ebraismo e allo specifico dialogo ebraico-cristiano. Ma sappiamo anche che non tutti i cattolici vogliono quell’abbraccio. Non tutti i cattolici che vogliono ricondurre qualsiasi negatività all’ebraismo sanno però che sono stati proprio dei cristiani convertiti all’islam come Titus Burckhardt, René Guénon e altri che con i loro scritti hanno diffuso il concetto che, essendo l’ebraismo la religione della giustizia, e il cristianesimo quella dell’amore, l’islam è la religione della sintesi, la religione completa e perfetta (Era uno dei ritornelli contro i quali è stato necessario lottare negli anni Settanta e Ottanta). Forse tra i cattolici con cariche importanti alcuni hanno la consapevolezza che l’abbraccio con l’islam può condurre anche alle conversioni all’islam (per non parlare di tutti gli altri pericoli)”.

CONCLUSIONI

Sia che la cosa dovesse rispondere a una strategia ben delineata sia che si tratti dell’attuazione di pensieri volatili che si moltiplicano nell’aere, ci troviamo di fronte a una potenziale venefica saldatura tra due antisemitismi rinnovantisi promossa dalla Chiesa Cattolica o da sue parti rilevanti:

1) La causa dell’instabilità del Medio Oriente e dunque del mondo sarebbe Israele (colpa politica);

2) La causa remota del fondamentalismo e dell’assolutismo dei monoteismi sarebbe la Torah, con ricadute persino sul povero Islam (colpa archetipica, simbolica, etica e religiosa).

Ergo siamo esecrabili, abbandonabili e sacrificabili. Questo permetterebbe un’ipotesi di pacificazione tra cristianesimo e Islam e l’individuazione del comune problema, ossia noi. E stavolta si trova un patrigno nobile nella Bibbia e un araldo proprio nei biblisti.

Questa strategia (peraltro a lungo termine cieca e suicida anche per il cristianesimo stesso, ammesso che costoro vogliano sopravvivere e il loro odio verso i loro padri, noi e loro stessi non travalichi troppo), mescolata a vellutato ateismo, sembrerebbe essere coerente con la diffusa comprensione attuale di Gesù di Nazareth:

-non parlano più da tempo del “Gesù della fede cristiana” (ossia Trinità, doppia Natura etc etc), perché lontanissimo dalla sensibilità odierna;

-evitano di parlare del Gesù storico (Martini e Ratzinger per vie diverse, non recepiti entrambi), perché dovrebbero parlare inevitabilmente del Gesù Ebreo e questo oggi in termini politici è per loro problematico;

-parlano di Gesù come di un “maestro di morale”, ovviamente in polemica con gli ebrei del tempo e la loro morale: marcionismo etico (e la riduzione della fede a etica è appunto una forma di ateismo)».



Fonte: 



a cura di Vittoria Scanu






venerdì 3 marzo 2017

Il Seme un giorno germoglierà! "Non disperarti se predichi e ti sembra di non vedere i frutti. Sii sicuro che il seme che hai gettato germoglierà nel cuore di qualcuno"

Midrash Pinhas 


LE RADICI

________

"Il punto di vista mio che da circa cinquant'anni dedico molta parte del mio tempo alla riconciliazione tra ebrei e cristiani, cercando di far conoscere ai non ebrei chi siamo noi e che cosa è l'ebraismo che pratichiamo e viviamo sia ortodossi che laici, è che so bene che dovremo affrontare ancora animosità e conflitti, ma sento anche con la mia sensibilità di persona impegnata che i passi tremanti del Papa in Israele sono stati passi le cui orme non possono essere cancellate e devono entrare a far parte intrinseca della Chiesa Cristiana in generale nella sua riconciliazione con chi le ha fornito le radici senza le quali non avrebbe potuto nascere".

Lea Sestieri (IN OCCASIONE DELLA VISITA IN ISRAELE DI PAPA GIOVANNI PAOLO II, 23 MARZO 2000). 






a cura di Vittoria Scanu
Per Amore di Gerusalemme














sabato 11 febbraio 2017

Tu Bishvat / Capodanno degli Alberi

di Antonio Tirri


Sabato 11 febbraio si festeggia Tu Bishvat (15 del mese di Shevat), festa con la quale gli ebrei ringraziano il Signore per la fecondità della Terra d’Israele, com’è detto: “Paese di grano e di orzo, di uva, di fichi e di melograni, terra di olivi e di miele”. (Deuteronomio 8,8)

Viene chiamata anche Rosh Hashanà Lailanot (Capodanno degli Alberi). In Israele indica l’inizio della primavera ed è usanza mangiare le primizie e molti frutti di varie specie. 

Tu Bishvat sameach e Shabbath Shalom.



D-o e una terra
binomio indissolubile
amore e tormento
d’Israele,
speranza nostalgica
di un popolo,
tenace messaggero
di un’idea universale
nata su un lembo
di terra
troppo piccolo
per contenerla tutta.
Terra dura e materna,
da amare
come la giustizia
da desiderare
come la bontà
da attendere
come un dono
da conservare
come la virtù.


(Antonio Tirri da “Ascolta, Israele” Giuntina, Firenze 1999)

a cura di Vittoria Scanu - Per Amore di Gerusalemme

mercoledì 21 gennaio 2015

Shoah: “macchia indelebile della storia”



SHLOMO VENEZIA - un nome da ricordare

Il 1° ottobre 2012, all'età di 89 anni, è morto a Roma Shlomo Venezia, uno degli ultimi sopravvissuti alla Shoah. Internato ad Auschwitz – Birkenau, Shlomo Venezia, è stato un tenace testimone degli orrori da lui vissuti, e ne ha trasmesso la memoria alle nuove generazioni con incontri, visite guidate ad Auschwitz e con tanti suoi scritti.

"Possano i nomi di queste vittime non perire mai! Possano le loro sofferenze non essere mai negate, sminuite o dimenticate! E possa ogni persona di buona volontà vigilare per sradicare dal cuore dell'uomo qualsiasi cosa capace di portare a tragedie simili a questa!". (Benedetto XVI, dal discorso allo YAD VASHEM)

Per non dimenticare l'abisso dell'orrore messo a punto dalla follia nazista, principalmente contro il popolo ebraico, e per ricordare i sei milioni di ebrei, vittime innocenti di un regime feroce, proponiamo una nostra breve presentazione del documento vaticano: "Noi ricordiamo: Una riflessione sulla Shoah", del 12 marzo 1998.

Giovanni Paolo II, nella lettera che accompagna il documento, ricorda innanzi tutto di avere egli stesso parlato con "profondo rammarico", e in numerose occasioni, delle sofferenze del popolo ebraico durante la Seconda Guerra Mondiale e definisce la Shoah una "macchia indelebile della storia" del nostro secolo. Non si può - aggiunge il Papa - celebrare autenticamente il Giubileo ed entrare con spirito rinnovato nel terzo millennio dell'era cristiana senza: "purificare i cuori attraverso il pentimento per gli errori e le infedeltà del passato". Egli invita i figli e le figlie della Chiesa "a mettersi umilmente di fronte a Dio e ad esaminarsi sulle responsabilità che anch'essi hanno sui mali del nostro tempo".

Il Papa esprime inoltre la sua "fervida speranza che il documento "Noi ricordiamo: una riflessione sulla Shoah", aiuti veramente a guarire le ferite delle incomprensioni ed ingiustizie del passato" affinché non sia mai più possibile in futuro "l'indicibile iniquità della Shoah".

Giovanni Paolo II, auspica in fine che, con l'aiuto di Dio, Ebrei e Cattolici possano lavorare insieme per un mondo in cui venga rispettato il diritto alla vita e riconosciuta la dignità di ogni essere umano, creato ad immagine e somiglianza di Dio.

Il Documento è diviso in 5 parti:

I. La tragedia della Shoah e il dovere della memoria.


L'indicibile tragedia della Shoah, dello sterminio programmato del popolo ebraico da parte dei nazisti non potrà mai essere dimenticato! Abbiamo tutti il dovere della memoria!
Il dovere della memoria, contro qualsiasi revisionismo storico. Il dovere della memoria, perché possiamo sempre tenere presente di quali azioni abiette possa essere capace l'uomo quando disprezza l'immagine di Dio che è in lui ed in ogni altro essere umano.
Il dovere della memoria, per costruire un futuro in cui non ci sia più posto per i cosiddetti super uomini, capaci di produrre aberrazioni simili!

II. Che cosa dobbiamo ricordare?
 

Dobbiamo ricordare, innanzi tutto che il popolo ebraico, a causa della sua fede nel Dio unico e per la sua adesione agli insegnamenti della Toràh, ha sempre sofferto nel corso dei secoli, tribolazioni e schiavitù. Soprattutto, il "massacro" di sei milioni di ebrei avvenuto nel nostro secolo, al centro della cristianissima Europa, "va oltre - dice il documento - la capacità di espressione delle parole".

III. Le relazioni tra ebrei e cristiani.

Nella terza parte, il documento vaticano rileva il bilancio negativo delle relazioni tra ebrei e cristiani durante duemila anni di storia del cristianesimo, e parla di "gruppi esagitati di cristiani" che, quando il cristianesimo diventò in diverse nazioni religione di stato, di maggioranza, distruggevano templi pagani e sinagoghe. Ci sono state, inoltre, erronee interpretazioni del Nuovo Testamento - fermamente condannate dal Concilio Vaticano II - che, fino ai giorni nostri, hanno generato ostilità verso gli ebrei.

Discriminazione generalizzata, antigiudaismo, diffidenza, violenze, saccheggi e massacri degli ebrei da parte dei cristiani che "predicavano l'amore verso tutti, compresi i nemici". Minoranza ebraica presa come capro espiatorio!

Viene ricordato che il razzismo propugnato dal nazionalsocialismo in Germania è stato condannato da parte della Chiesa cattolica di quella nazione. Con la sua Enciclica in lingua tedesca, Mit brennender Sorge, Pio XI aveva condannato l'antisemitismo come inaccettabile... "Spiritualmente siamo tutti semiti!", aveva detto (6 settembre 1938).
La prima Enciclica di Pio XII, Summi Pontificatus, del 20 ottobre 1939, metteva in guardia contro il razzismo e la deificazione dello Stato che potevano condurre all' "ora delle tenebre".

Il punto più controverso dell'intero documento è proprio quello in cui si parla di Pio XII. Ci sono state molte contestazioni e obiezioni al riguardo. A questo proposito, ricordiamo quanto ha detto il Cardinal Cassidy in una sua Conferenza stampa a Londra: "Noi non diciamo che questa sia l'ultima parola sui vescovi tedeschi e neanche su Pio XII... Quello che noi diciamo (di Pio XII) è che non fu lui il "cattivo" (di questa storia). Toccherà alla storia giudicare se abbia fatto o no tutto quello che avrebbe dovuto fare." (Avvenire, 14 maggio '98).

IV. Antisemitismo nazista e la Shoah.

Il documento Vaticano spiega la differenza tra "l'antisemitismo, basato su teorie contrarie al costante insegnamento della Chiesa circa l'unità del genere umano...e i sentimenti di sospetto e di ostilità perduranti da secoli che chiamiamo antigiudaismo, dei quali purtroppo, anche dei cristiani sono stati colpevoli".

Il "costante insegnamento della Chiesa circa l'unità del genere umano" ha le sue radici nel Primo Testamento: tutti discendiamo da un unico uomo, Adàm , affinché nessun essere umano possa ritenersi superiore ad un altro; è quanto i rabbini insegnano da secoli! E' scritto nella Torà!

Riguardo all'antigiudaismo, dire semplicemente che "purtroppo, anche dei cristiani sono stati colpevoli", ci sembra veramente riduttivo! Al posto di "purtroppo", sarebbe stato meglio dire: "soprattutto". Pensiamo alle prediche antigiudaiche dei Padri della Chiesa; all'insegnamento del disprezzo e della "sostituzione"; alle "sacre" rappresentazioni del Venerdì Santo... e ad altro ancora.

La decisione del regime nazionalsocialista di sterminare l'intero popolo ebraico fu, secondo il documento, "opera di un tipico regime moderno neopagano. Il suo antisemitismo aveva le proprie radici fuori del cristianesimo e, nel perseguire i propri scopi, non esitò ad opporsi alla Chiesa perseguitandone pure i membri".

A questo punto, il documento si domanda quale peso abbiano potuto avere i pregiudizi antiebraici nella persecuzione degli ebrei da parte dei nazisti: "Il sentimento antigiudaico rese forse i cristiani meno sensibili, o perfino indifferenti, alle persecuzioni lanciate contro gli ebrei dal nazionalsocialismo quando raggiunse il potere?".

E' una domanda questa sempre attuale. Certi sentimenti non sono facili da estirpare, sono come alcuni virus latenti nei portatori sani che possono scatenarsi all'improvviso e causare la morte.

Abbiamo tuttavia il dovere di ricordare che molti cristiani, anche a rischio della propria vita, hanno salvato un gran numero di fratelli ebrei dalla deportazione e dalla morte. Il documento cita giustamente quanto è stato fatto da vescovi, preti, religiosi, laici, e dallo stesso Pio XII, per salvare centinaia di migliaia di vite di ebrei.
Dopo avere citato la condanna dell'antisemitismo espressa dalla Dichiarazione del Concilio Vaticano II, Nostra Aetate , il documento sulla Shoah cita le parole che Giovanni Paolo II aveva rivolto alla Comunità ebraica di Strasburgo: "Ribadisco nuovamente insieme con voi la più ferma condanna di ogni antisemitismo e di ogni razzismo, che si oppongono ai principi del cristianesimo".

V. Guardando insieme ad un futuro comune.
 

La quinta ed ultima parte del documento vaticano, inizia con un pressante invito rivolto ai cattolici affinché rinnovino "la consapevolezza delle radici ebraiche della loro fede"; ricorda che "gli ebrei sono nostri cari ed amati fratelli", ed esprime infine il "profondo rammarico (della Chiesa) per le mancanze dei suoi figli e delle sue figlie in ogni epoca". Si tratta - ribadisce l'importante documento - di un dovuto e profondo atto di pentimento, per "trasformare la consapevolezza dei peccati del passato in fermo impegno per un nuovo futuro nel quale non ci sia più sentimento antigiudaico tra i cristiani e sentimento anticristiano tra gli ebrei".  


Vittoria Scanu 









sabato 30 marzo 2013

PASQUA CRISTIANA

  La Veglia pasquale nella Chiesa cattolica
 
Sabato santo: accensione del fuoco sul sagrato
"Tutte le vigilie che si celebrano in onore del Signore sono gradite e accette a Dio; ma questa vigilia è al di sopra di tutte le vigilie" (S.Cromazio).

La notte del Sabato santo ha luogo la "Madre di tutte le Veglie", che celebra la festa di Pasqua e ne realizza il mistero di salvezza. La Veglia inizia con la liturgia della luce: l'accensione del fuoco nuovo e del Cero pasquale, simbolo di Cristo, luce del mondo, e della restaurazione di tutte le cose in Cristo (Alfa e Omega). Alla luce del Cero pasquale si accendono tutte le candele dell'assemblea a significare che tutti i battezzati, illuminati da Cristo, sono luce del mondo. Segue l'antico canto dell’Exultet che dà un primo annuncio della risurrezione, ripercorrendo tutte le tappe della storia della salvezza.

Subito dopo, con la liturgia della Parola, ha inizio la seconda parte della Veglia.

La sacra Scrittura che si proclama in questa notte santa è molto ricca e comprende: sette letture tratte dall'Antico Testamento, seguite ognuna da un Salmo Responsoriale e da una preghiera del sacerdote Presidente.

La prima lettura, descrive la Creazione del mondo (Genesi 1,1-2,2); la seconda, presenta la prova di Abramo e il legamento di Isacco (Genesi 22,1-18); la terza lettura, descrive
l'Esodo dall'Egitto nella notte in cui, per opera di Dio, "gli Israeliti camminarono all'asciutto in mezzo al mare" (Esodo 14,15-15,1). Seguono le letture dei profeti: due di Isaia, una di Baruc e un'altra di Ezechiele. Isaia parla dell' Alleanza d'amore che legherà per sempre Dio al suo popolo: alleanza gratuita, ma esigente. Il profeta Baruc invita Israele a camminare "nei sentieri di Dio", secondo la legge di Mosè (Baruc 3,9-15.32-4,4). Ezechiele, infine, annuncia la purificazione del popolo eletto, il suo rinnovamento spirituale e la redenzione definitiva: "Vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati (...) Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo i miei statuti e vi farò osservare e mettere in pratica le mie leggi. Abiterete nella terra che io diedi ai vostri padri;  voi  sarete  il mio popolo e io sarò il vostro Dio" (Ezechiele 36,16-17a. 18-28).

Tutta l'assemblea cristiana, dopo aver percorso il suo cammino di fede col popolo della prima Alleanza, ora canta l'Inno di lode a Dio che ha realizzato in Cristo le sue promesse. Al canto del "Gloria a Dio nell'alto dei cieli" si unisce il suono delle campane e degli strumenti musicali, a sottolineare la gioia di tutte le creature per la Risurrezione del Signore. Segue la proclamazione di un passo fondamentale della lettera di San Paolo ai Romani in cui egli, riferendosi al Sacramento del Battesimo, afferma la nostra morte e risurrezione con Cristo. La lettura del Vangelo della Risurrezione è preceduta dal Canto pasquale dell'Alleluia - soppresso durante i quaranta giorni della Quaresima - che torna ora a sottolineare l'esultanza della Chiesa per la Risurrezione del suo Signore.

La terza parte della Veglia è costituita dalla liturgia battesimale. Per antica tradizione, la notte di Pasqua, si celebrano i Battesimi e si rinnovano le promesse battesimali.

Nella quarta parte della Veglia si celebra la liturgia eucaristica. Dopo due giorni senza Eucaristia, il Risorto ritorna in mezzo ai suoi nei segni del Pane e del Vino consacrati. Mangiando il Cibo eucaristico, i fedeli celebrano veramente la Pasqua del Signore, in attesa della sua gloriosa venuta nella Parusìa. "Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato: celebriamo dunque la festa con purezza e verità" (Antìfona alla Comunione).


L'Eucaristia del giorno di Pasqua sottolinea che la festa che si celebra è quella del "Giorno" per eccellenza:  
"Giorno radioso e splendido del trionfo di Cristo".

La Pasqua cristiana, come quella ebraica, dura otto giorni (ottava di Pasqua).
"I cinquanta giorni che si succedono dalla Domenica di Risurrezione alla Domenica di Pentecoste si celebrano nell'esultanza e nella gioia come un solo giorno di festa, anzi, come la «Grande Domenica»".                                          

Vittoria Scanu

domenica 24 marzo 2013

PESACH

La Pasqua ebraica: festa della memoria e della speranza



“Per Amore di Gerusalemme” augura a tutti gli amici di religione ebraica, una Pasqua serena e gioiosa: 
Hag Pèsach Kasher Ve Sameach! 

Pèsach è la prima e la principale festa ebraica. Essa ricorda il passaggio degli ebrei dallo stato di schiavitù a quello di libertà e la formazione del popolo ebraico come nazione unita ed indipendente, con usi, costumi e leggi proprie. La Pasqua ebraica commemora l’uscita degli ebrei dall’Egitto dopo 430 anni di dura schiavitù sotto il giogo faraonico. Il ricordo di questa miracolosa "uscita" è divenuto il punto centrale della legge e della vita degli ebrei, tanto che questo pensiero si trova un gran numero di volte espresso in molti passi della Bibbia e nei libri di preghiere.

Il nome della festa: Pèsach, deriva dal verbo pasoach, che significa "passare oltre", perché l’Angelo, inviato dall’Eterno per colpire i primogeniti egiziani, "oltrepassò" le case abitate dagli ebrei, lasciandone in vita i primogeniti.

La festa viene anche chiamata "festa delle azzime" perché per tutta la durata della festa è vietato cibarsi di sostanze lievitate e si mangia pane azzimo, in ricordo del pane che gli ebrei in fuga non ebbero il tempo di far lievitare (Cfr Lv 23,6). La Pasqua ebraica dura otto giorni (sette in terra d’Israele). Le prime due sere, si fa una cena chiamata Sèder (ordine), appunto perché il suo svolgimento segue un determinato ordine, e si mangiano cibi simbolici che ricordano l’amarezza della schiavitù in Egitto e la dolcezza della libertà ritrovata. Durante il Sèder si recita il testo della Haggadà (racconto), libro contenente in forma edificante e leggendaria, commista a vari passi biblici, il racconto dell’uscita degli ebrei dall’Egitto. La notte di Pasqua, tutti, grandi e piccoli, celebrano la memoria di quella notte splendida e terribile, in cui Dio stesso scese a liberare Israele.

Nei paesi della diaspora e in terra d'Israele, la notte di ogni Pasqua si leva un canto da ogni casa ebraica: "... Pertanto è nostro dovere rendere omaggio, lodare, celebrare, glorificare, esaltare, magnificare, encomiare Colui che fece ai nostri padri e a noi tutti questi prodigi. Che ci trasse dalla schiavitù alla libertà, dalla soggezione alla redenzione, dal dolore alla letizia, dal lutto alla festa, dalle tenebre a splendida luce; diciamo dunque davanti a Lui: Alleluia".

Di generazione in generazione, partecipando al memoriale di Pèsach, ogni ebreo si sente salvato e liberato da Dio, rinnovato spiritualmente, come se egli stesso fosse uscito dall’Egitto. Ai bambini che fanno domande, il padre di famiglia risponde spiegando perché la notte di Pasqua è unica, diversa da tutte le altre notti. Si cantano Salmi, Inni e il "grande Hallel" (Sal 136). Si bevono quattro coppe di vino durante la lettura dell’ Haggadà, ma - al racconto di ogni piaga che ha colpito l’Egitto - ogni partecipante versa in una ciotola una goccia di vino, che verrà poi gettato. Essendo il vino segno di gioia, con questo gesto si vuol significare che, anche nella gioia più grande, non bisogna gioire per la morte di nessuno, neppure dei propri nemici.

Vittoria Scanu


PER NON DIMENTICARE

Questo è il racconto dell’ultima Pasqua della famiglia di Elie Wiesel, nel villaggio di Sighet, in Transilvania, già invaso dai nazisti.

"Ci sono i tedeschi. Con le autoblindo, le macchine decapottabili, le motociclette. Portano uniformi nere, nere da far paura, vengono avanti senza uno sguardo né a destra né a sinistra... Pèsach è vicina: è la festa della memoria e della speranza. La vigilia, un decreto ha ordinato la chiusura delle sinagoghe. I miei amici e io ci separiamo tristi dalla nostra, quella dei giovani. Contemplo i muri un'ultima volta: affido loro i sacri rotoli, i libri del Talmud. Li ritroveremo?... Mio padre e io assistiamo al servizio del Rabbi di Borshe. Recitiamo l'Hallèl, canto di ringraziamento, una serie di salmi, di lodi a Dio per ringraziarlo della sua bontà verso il suo popolo. Abbiamo il cuore stretto, tuttavia cantiamo anche se a bassa voce. Ci lasciamo stringendoci le mani, e augurandoci a vicenda: "Buona festa, buona festa!" A casa la tavola è preparata. Tovaglia bianca, sei candelieri, argenteria brillante. Mia nonna, vestita per la festa, è ancora più raccolta del solito. Anche la piccola Tsipuka...Mio padre ci presenta il nostro ospite: è Moishele, lo Scaccino ... Mio padre prende Tsipuka sulle ginocchia e declama: "Ecco il pane della nostra miseria e della nostra afflizione ... I nostri antenati l'hanno mangiato in terra d'Egitto ...".

Faccio la prima delle quattro domande rituali: "Perché questa notte è diversa da tutte le altre?”. Il padre risponde: "... Perché un tempo vivevamo in schiavitù, sotto il Faraone, in Egitto”.

Un'idea mi attraversa la mente: e, se fosse lui il profeta Elia travestito da scaccino? Non si dice che stasera visiti tutte le famiglie ebree dove si ricorda e dove si bevono quattro coppe di vino in onore della liberazione? A metà del pasto, Moishele si mette a parlare con voce dolce e ardente: "Reb Shloime la ringrazio per avermi invitato ... Vorrei raccontarle ciò che vi attende. Glielo devo". Intorno al tavolo gli sguardi sono sospesi alle sue labbra aride.

Bella e dolce, bella e seria da spezzarmi il cuore, la mia sorellina, seduta compostamente sulle ginocchia di mio padre, si mette una mano sugli occhi come per scacciare un'immagine penosa. Mio padre la rassicura accarezzandole i capelli. "Non ora," dice a Moishele lo scaccino. "Le sue storie sono tristi e la legge ci proibisce di essere tristi la sera di Pèsach”. Sarà la mia ultima Pèsach - e la mia ultima festa - a casa".

(E. Wiesel:”Tutti i fiumi vanno al mare”, Bompiani 1996).

Wiesel, fu deportato con la sua famiglia ad Auschwitz e a Buchenwald dove perirono il padre, la madre e la sorellina.


venerdì 1 marzo 2013

ANNIE CAGIATI

18 aprile 1993: Stelle gialle in Piazza San Pietro - Annie Cagiati

Un ricordo indelebile nell’ambito del dialogo ebraico-cristiano

A quattordici anni dalla sua scomparsa, "Per amore di Gerusalemme" ricorda con grande affetto e riconoscenza Annie Cagiati, una donna eccezionale che ha dedicato tutte le sue energie, fisiche e spirituali, alla causa della verità. Convinta sostenitrice del dialogo ebraico-cristiano, Annie ha avuto un ruolo decisivo nella nascita dell’Amicizia Ebraico-Cristiana di Roma, trent’anni fa.

Nel 1990, nell’intento di ristabilire la verità storico-religiosa sull’Ebraismo, in linea con quanto insegnato - a partire dal Concilio Vaticano II - dalla Chiesa Cattolica e dalle altre Chiese Cristiane, Annie fonda il Comitato italiano “Cristiani contro l’antisemitismo” e ne assume la presidenza. Il Comitato è formato da sacerdoti, religiosi e laici, tutti coscienti del fatto che due millenni di pregiudizi antiebraici hanno inquinato a tal punto le fonti della nostra cultura, sia cristiana che laica, da rendere lunga e difficile l’opera di riaffermazione della verità.

Di salute cagionevole, Annie Cagiati ha affrontato con spirito combattivo molte opposizioni, chiusure e ostilità - anche in ambito religioso e politico - senza mai perdere di vista lo scopo principale della sua vita di credente: ristabilire la verità su Israele e sull’ebraismo; combattere e denunciare ogni forma di antisemitismo e antisionismo. “Sempre più cosciente – scrive - delle enormi colpe “cristiane” e della necessità di ristabilire la verità in un campo in cui era stata troppo a lungo travisata e taciuta, con gravissimo danno di un intero popolo. Il popolo di Gesù”.

Scrittrice prolifica, pubblica numerosi libri, articoli e fogli informativi riguardanti il popolo ebraico, la sua storia e la sua unicità.
Nel 1992, dieci anni dopo l’attentato alla Sinagoga di Roma e la morte del piccolo Stefano Tachè, si registrò un’improvvisa esplosione di antisemitismo che Annie così commenta: “Non succede nulla di cui ci si debba meravigliare. Respiriamo continuamente antisemitismo a pieni polmoni senza reagire. Come potremmo non esserne contaminati? Si comincia a scuola, con libri di testo pieni di madornali errori sull’ebraismo e sullo Stato d’Israele. Si continua in parrocchia con una catechesi spesso poco conciliare e raramente rispettosa della realtà ebraica e del vero insegnamento della Chiesa. Poi viene l’età dei più disgustosi e triti slogan antisemiti, di cui si riempie la bocca chi è incapace di ragionare con la propria testa, suscitando ilarità e persino consenso. A questo punto il terreno, arato e concimato, è pronto a ricevere i semi di odio di un’abile quanto faziosa propaganda estremista. E’ solo la realtà di ieri e dell’altro ieri che viene un po’ più a galla. E sarà di domani se qualcosa non cambierà radicalmente nella nostra cultura e nel nostro cuore”.

Il 18 aprile 1993, a 50 anni dall'inizio della deportazione degli ebrei italiani, mentre l'ebraismo mondiale faceva memoria della Shoah (Yom-ha-Shoah), in numerose città italiane si sono svolte manifestazioni in cui tutti i partecipanti portavano sul petto una stella di David gialla, con scritto: "Io non dimentico". A Roma, l' incontro è stato promosso dal Comitato Italiano Cristiani contro l' antisemitismo (Presidente: Annie Cagiati), dalla Tavola Valdese e dalle Religioni per la pace.

Un gran numero di cristiani ed ebrei - tra cui molti rabbini - preti e suore, si sono riuniti in Piazza San Pietro dove il Santo Padre, Giovanni Paolo II, ha espresso tutto il suo affetto e la sua solidarietà verso i figli d'Israele, con queste toccanti parole: "I giorni della Shoah hanno segnato una vera notte nella storia, registrando crimini inauditi contro Dio e contro l'uomo. Giorni di disprezzo per la persona umana, manifestati nell'orrore delle sofferenze sopportate da tanti dei nostri fratelli e sorelle ebrei. Eventi terribili, ormai lontani nel tempo, ma scolpiti nella mente di molti tra noi. Come non essere accanto a voi, amati fratelli ebrei, per ricordare nella preghiera e nella meditazione un così doloroso anniversario? Siatene certi, non sostenete da soli la pena di questo ricordo, noi preghiamo e vegliamo con voi, sotto lo sguardo di Dio, santo e giusto, ricco di misericordia e di perdono". Il Papa ha concluso dicendo: "Quel mare di sofferenze terribili e di torti sopportati devono, oggi, unirci per poter affrontare i nuovi mali che oggi minacciano l'umanità: l'indifferenza, il pregiudizio e le manifestazioni di antisemitismo".

Alla sua morte, avvenuta il 15 febbraio 1999, l’ambasciatore d’Israele presso la Santa Sede, dott. LOPEZ, scrive: ”Persona di cultura e di forti principi, Annie Cagiati ha saputo levare la voce con forza contro l’ingiustizia e la menzogna. Personalità dal coraggio singolare e dai più alti valori spirituali”.

Dandole l’estremo saluto cristiano, padre Innocenzo Gargano, della Comunità Monastica di Camaldoli, ha definito Annie: una figura preminente del dialogo ebraico – cristiano.

A quanti, come noi, l’hanno conosciuta, amata e stimata per il suo impegno morale e la totale dedizione alla causa della verità, resta il compito di non dimenticarla. 


                La sua memoria sarà sempre in benedizione! 

Vittoria Scanu - Per Amore di Gerusalemme