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martedì 18 aprile 2017

Elia Benamozegh, nostro contemporaneo.

Elia Benamozegh (Livorno 1823-1900) è uno dei più importanti maestri dell’ebraismo sefardita e italiano. Biblista, talmudista, cabbalista, filosofo della religione, egli è anche uno dei precursori del dialogo ebraico-cristiano.

Il suo interesse per la dimensione universalistica della Torah  è costante ed è grazie a lui che molti hanno conosciuto per la prima volta il noachismo,ossia l’alleanza con l’intera umanità.

Per chi è ancora abituato a contrapporre il Nuovo all’Antico Testamento, le sue opere possono costituire un’introduzione alla tradizione vivente d’Israele, per la quale la Torah scritta è inseparabile dalla Torah orale. Profondo convincimento di Rav Benamozegh era che proprio la Torah sarebbe diventata il luogo d’incontro tra ebrei e cristiani.

In brevi ma densi capitoli, Marco Cassuto Morselli e Gabriella Maestri presentano le sue opere principali, da Spinoza e la Qabbalah a Storia degli esseni, L’origine dei dogmi cristiani, Morale ebraica e morale cristiana e Israele e l’umanità.

Marco Cassuto Morselli ha insegnato Filosofia ebraica e Storia dell’ebraismo presso il Corso di laurea in studi ebraici del Collegio Rabbinico Italiano (Roma). È Vicepresidente dell’Amicizia ebraico-cristiana di Roma.

Gabriella Maestri ha conseguito il Dottorato presso il Pontificio lstituto di Archeologia Cristiana e da molti anni si occupa di ricerche sulle origini cristiane, soprattutto in relazione all’ebraismo.

Insieme hanno curato diversi volumi della sezione ebraico-cristiana di Marietti tra i quali Lettera di Giacomo alle Dodici Tribù nella Diaspora (2011) e Lettera di Paolo ai Romani (2015). Sempre per Marietti Marco Morselli è autore di I passi del Messia. Per una teologia ebraica del cristianesimo (2007).


Progetto: studio grafico Andrea Musso

In copertina: Andrea Musso, L’albero della vita, acquarello su carta, 2010.

sabato 20 agosto 2016

I Santuari dei nostri amori


Recensione di Marco Cassuto Morselli


         Noemi Vogelmann Goldfeld, nata a Katowìce, si è laureata presso la Hebrew University di Gerusalemme, ha conseguito il dottorato a Cambridge, è una studiosa dei manoscritti della Genizah del Cairo e di Maimonide[1]. E’ anche una poetessa, in italiano sono stati pubblicati Il dolore del bello (Giuntina 1992) e Roma, una storia d’amore (Giuntina 1997). Giancarlo Galtieri ha composto una cantata per coro e orchestra da un suo testo: Suono di shofar ad Auschwitz (Verona 2000). Inoltre, Noemi si è interessata alle attività di dialogo ebraico-cristiano, partecipando tra l’altro a uno dei Colloqui di Camaldoli.            

             Figlia di Rav Mordekhai Vogelmann, cugina di Rav Israel Meir Lau e di Daniel Vogelmann, nata in Polonia e residente in Israele, a un certo punto della sua vita Noemi ha scoperto Roma e l’Italia. Cosa voglia dire Roma per Yerushalayim ce lo ricorda l’immagine scelta per la copertina del suo libro I santuari dei nostri amori (Edizioni Interculturali 2014): una foto del bassorilievo dell’Arco di Tito che mostra il trionfo del distruttore del Tempio e della Città. Da uno scrittore di Tel Aviv, di cui non conosciamo il nome, il libro è stato definito «un tentativo di tiqqun».

         I santuari dei nostri amori è un libro pieno di Torah, di Hokhmah, di Midrash, di Qabbalah. Quello che in una traduzione inevitabilmente si perde è la stratificazione della lingua ebraica, in tutte le diverse fasi della sua lunga storia: dalla lingua biblica all’ebraico moderno, passando attraverso l’ebraico mishnaico e medievale. Per la sua prosa poetica può essere considerato «un libro dell’anima». Stratificata è la lingua, come stratificata è l’anima (nefesh, ruah, neshamah, hayah. yehidah).

         Il Bet ha-Miqdash è il santuario della nostra ahavah (amore), però, perché esso sia ricostruito, è necessario passare attraverso altri amori, confrontarsi con la sinah (odio) e scoprire che l’ahavah è più forte della sinah.

         Il libro è il diario di un decennio (1993-2002), ma il tempo si dilata, il passato diventa presente, i momenti si confondono, i ricordi diventano illuminazioni.

         Un pomeriggio della calda estate 1993 Noemi si trova a piazza Navona con un suo amico “appassionato dell’era messianica”: «Vengo tartassata di domande che io stessa non mi concedo di farmi ma qualcosa devo pur dirla, per cui mi ascolto pronunciare parole che non so se fuoriescano da me. A quel punto si verifica una assoluta confusione tra il lontano passato legato all’inizio della diaspora romana e ai primi anni del cristianesimo e l’ani ma’amin, l’”Io credo con fede completa nella venuta del Messia”». Tornata a casa, Noemi rilegge Maimonide, poi Abraham ibn Daud, e infine vorrebbe riascoltare la voce di suo padre e riapre il suo libro, il Bet Mordekhai: «Le parole di Rav Abraham ibn Daud vanno interpretate a mio modesto parere nel loro significato letterale: dal momento che secondo lui la prima santità non ha reso santo il futuro a venire, di conseguenza in questo tempo questo luogo non ha santità. Ma nel futuro a venire il luogo sarà santificato di una nuova santificazione universale, nel rispetto del Signore per sempre, da cui deriva per conseguenza che sarà anche mutato». La riflessione conclusiva di Noemi è la seguente: «Potrebbe essere che interpretando letteralmente, potrebbe essere che interpretando in questo modo, si possa vedere che le parole del salmista “Il segreto del Signore è per quelli che lo temono” si riferisca agli stessi timorati di D., che attingono una parte importante dei loro processi intellettivi da una illuminazione mentale divina» (pp. 35-37).

         L’incontro con l’Italia era avvenuto già nelle aule universitarie, quando la giovane studentessa ascoltava le lezioni del Prof. Cassuto: «Con quanto amore insegnava la Bibbia il fiorentino Moshè David Cassuto. Ed io fanciulla tra le fanciulle d’Israele cerco di trovare una strada per gli anni futuri, dopo la fine degli studi liceali». Anni dopo «all’Università di Bologna gli studenti italiani vengono a me con la Bibbia in mano, ed io mi trovo a tornare con fervore, catturata nuovamente a ricominciare dalla genesi, a tornare al primo amore, a tornare ai nostri tesori così antichi e così nuovi» (p. 29).

         Cosa vuol dire vedere Venezia con lo sguardo di Noemi? Vuol dire trovare i suoi marmi e le sue acque nello Zohar: «E’ scritto nello Zohar, in una delle sue parti musicali, che il grande rabbi Eliezer, quando giunse alle pietre di marmo miste con le acque superiori, pianse, smettendo di parlare. E’ possibile che anche a Venezia vi siano acque superiori, ma noi non le percepiremo mai, come non percepiremo mai il principio vitale superiore dell’anima che è in noi…» (p. 33).

         I santuari dei nostri amori è anche un libro dell’amicizia, e numerosi sono gli amici presenti nelle sue pagine. Qui ne ricorderemo solo due: Rav Israel Meir Lau e il Pastore Martin Cunz.

         Rav Lau è il bambino di Buchenwald che è diventato Gran Rabbino d’Israele[2]. All’età di cinque anni aveva visto suo padre, l’ultimo rabbino di Piotrkov, attendere l’arrivo dei Tedeschi nella Sinagoga, dove era riunita tutta la Comunità, con un Sefer Torah tra le braccia. Venne ucciso a Treblinka. La madre morì a Ravensbrück. Lui, affidato a suo fratello Naftali, era sopravissuto a Buchenwald, sotto la copertura di un’identità polacca. Nel 1945 Lulek, così veniva chiamato, viene accolto in casa degli zii Vogelmann a Kiryat Motzkin, e cresce insieme a Noemi, che considera come una sorella. Poi frequenta le migliori Yeshivot e nel 1993 viene nominato Gran Rabbino d’Israele.

         Nel 1991 Noemi incontra in Vaticano Giovanni Paolo II. Qualche tempo dopo va a trovare Lulek e gli parla dell’importanza del dialogo ebraico-cristiano. Nel 1996 Rav Lau partecipa a un convegno interreligioso sulla pace organizzato a Milano dal Cardinal Martini. Noemi partecipa all’evento e si chiede: «Chissà se è questo il tempo o l’inizio del tempo della realizzazione delle profezie dei nostri profeti?» (p. 48).

         Nell’agosto del 1996 Noemi intraprende un viaggio in Polonia e in Ucraina, «un viaggio verso luoghi che luoghi non sono già più, luoghi che non conoscevo, di cui non sapevo e dei quali forse non volevo sapere niente, luoghi forse eclissatesi in segreto chissà dove, nell’immaginazione della storia della mia famiglia». E’accompagnata dal libro di memorie di sua madre Bella (pubblicato a Kiryat Motzkin nel 1974) e dal Pastore Martin Cunz, insieme a un gruppo prevalentemente di cristiani. Varsavia, Lvov, la città di sua madre, dove ritrova la casa dei nonni, Drohovitz, dove c’è la casa di Bruno Schultz, Brody, Tarnopol. Martin legge brani di Buber, Babel, Rav Nahman di Brazlav. A Cernovitz c’è ancora la casa di Celan. Scrive Noemi: «Le amabili persone con cui viaggio, che mi hanno voluta come loro compagna israeliana in un’escursione cui si erano preparati da molto tempo, sono di incoraggiamento per il mio spirito. Chi aveva mai sognato di raggiungere questi posti?» (p. 117).

         Sulla tomba del Baal Shem Tov a Medzeboz accende una candela e legge il salmo che lui preferiva: «Servite Ha-Shem con gioia» (Sal 100) e poi il salmo preferito da suo padre: «Alzo gli occhi ai monti» (Sal 101). Sulla via si aggirano oche, mucche, galline, donne e bambini. E ancora Toltchin, Patchora, Shargorod, Berdicev, dove vi è la tomba di un altro saddik, Rav Levi Yitzchaq ben Meir. Torna a Zurigo con una grande sofferenza interiore e con forze rinnovate.

         Quel viaggio apre la strada a un altro viaggio, due anni dopo, e solo questa volta Noemi riesce a ricollegarsi con la propria storia personale, «il mio viaggio è come un rientro, lungo il percorso di fuga dei miei genitori, per via inversa» (p. 123). Questa volta, il sostegno viene soprattutto dalla lingua yiddisch, dalle parole e dalle melodie chassidiche che Noemi ricorda di aver ascoltato dalla voce della madre. Il culmine del viaggio è sulla tomba di Rav Nahman a Uman.

         La conclusione del libro è una citazione dalla Mishnat ha-Zohar: «Vieni e vedi. Tutti questi santuari, tutte queste creature, tutte queste schiere, tutte queste luci e tutti questi spiriti hanno bisogno l’uno dell’altro… questi santuari dipendono l’uno dall’altro».



Marco Cassuto Morselli





[1] N. Vogelmann Goldfeld, Moses Maimonides’ Treatise on Resurrection, Ktav, New York 1986.
[2]  La sua autobiografia è stata tradotta in molte lingue e anche in italiano: I. M. Lau, Dalle ceneri alla storia, Gangemi 2014.

martedì 21 aprile 2015

Rav Elio Toaff: nel ricordo di Marco Cassuto Morselli - Presidente AEC-Roma



«Oggi che il cristianesimo mostra di voler tornare alle origini»
Il contributo di Rav Elio Toaff al dialogo ebraico-cristiano

«La mia storia ha inizio a Livorno, la città dove sono nato e dove ho imparato a fare il rabbino. Mio padre, allievo di Pascoli e di Benamozegh, era un uomo di vasta e profonda cultura e dirigeva all’epoca il Collegio rabbinico livornese, in cui si erano formati, per oltre tre secoli, alcuni dei più famosi rabbini del mondo. Io fui l’ultimo allievo a terminare gli studi in quella scuola: divenni infatti rabbino nell’autunno del 1939, poco prima che il Collegio venisse chiuso a causa delle leggi razziali, dell’antisemitismo montante e della guerra»[1].
            Nella prima riga della sua autobiografia Rav Elio Toaff nomina Livorno, e subito dopo, insieme, suo padre Rav Alfredo Sabato Toaff e il di lui maestro Rav Elia Benamozegh. Come scrivevo riferendomi a Benamozegh ne I passi del Messia: «Riteniamo non sia un caso che proprio il discepolo di un suo discepolo, ossia Rav Elio Toaff, abbia accolto nel 1986 nella Sinagoga di Roma Giovanni Paolo II… Altri 14 anni, e il Papa sarebbe salito in Israele e a Yerushalayim…»[2].

            1. Intorno al 1867, nel preparare una relazione che accompagnava i programmi di studio del Collegio rabbinico livornese, Benamozegh scriveva: «Si comprese la necessità di porsi al livello dell’ebraismo europeo, ed anche che la scienza non è essenzialmente ereticale e che Livorno poteva sperare di serbarsi ortodossa diventando scientifica. […] Nei vari insegnamenti è intendimento dell’insegnante di porsi e porre a giorno i suoi scolari dello stato attuale e del progresso delle varie ebraiche discipline, sceverando in tutta la moderna cultura il grano dal loglio, segnatamente nella teologia e la filosofia in generale, e di combattere gli errori dominanti e più perniciosi»[3].
            L’indirizzo degli studi ebraici ideato e attuato da Benamozegh rimase invariato anche dopo di lui, portato avanti dai suoi discepoli, in primis Rav Samuele Colombo e Rav Dante Lattes. Così ricorda la Scuola benamozeghiana Rav Alfredo Sabato Toaff: «Per un quarto di secolo Samuele Colombo, nella scuola e fuori, insegnò e fece apprezzare con la parola e con l’esempio le teorie del Maestro; Dante Lattes, da quarant’anni, nella sua opera di giornalista e di scrittore dedica alla verità ebraica, di cui è banditore e apologista efficace, la sua viva intelligenza e le sue doti preclare di pensatore e polemista dotto e brillante». Subito dopo, Rav Alfredo Sabato Toaff ricorda il giorno in cui ricevette da Benamozegh il titolo di Maskil: «Quanto a me, ho presente sempre alla memoria quella mattina di Sabato del 1898 in cui Elia Benamozegh dette la Semichah a Dante Lattes del titolo di Hacham ed a me di quello di Maskil, né ho dimenticato le parole che Egli, ponendomi sul capo il taleth, mi sussurrava all’orecchio: “Ricordati che per me questa non è una formalità; conto molto su di te!”»[4].
            Nel 1900 il successore di Benamozegh a Livorno fu Rav Samuele Colombo[5], e nel 1923 fu Rav Alfredo Sabato Toaff  a succedergli a sua volta e a raccogliere l’eredità del Maestro.
            Elio Toaff conseguì la laurea rabbinica nel 1939, di fronte a una Commissione composta da Rav Augusto Hasdà di Pisa, Rav Ermanno Friedenthal di Verona e Rav Dario Disegni di Torino.
Colui che più di tutti aveva curato la sua preparazione era stato suo padre, e l’insegnamento continuò pure dopo il conseguimento del titolo. Anche in fuga, durante la guerra, nascosti a Nocette, tra Viareggio e Camaiore, la maggior parte del tempo la passavano studiando insieme.
Avvenne allora che, avvicinandosi Pesah, si dovevano preparare le azzime e il vino e procurarsi una Haggadah. Il padre ricordava la Haggadah a memoria, per cui gli riuscì di metterla per iscritto, un po’ di farina venne trovata, ma come fare per il vino? Anche in questo caso venne in aiuto l’insegnamento di Benamozegh: il padre  raccontò che il suo maestro gli aveva spiegato in che modo i suoi antenati, in Marocco, facevano il vino per la festa con l’uva passa. Elio riuscì a procurarsi due chili di uva passa, che venne messa per una settimana in un recipiente con quattro litri d’acqua, poi coperto con un velo: «Quando finalmente andammo a vedere cosa era successo, constatammo con grande meraviglia che nel recipiente c’erano bei chicchi d’uva che sembravano freschi. Li prendemmo e li pigiammo e poi li lasciammo là a fermentare. Quando il liquido cominciò a bollire, lo filtrammo e lo mettemmo in bottiglie. Vennero fuori tre bottiglie e mezza di vino»[6].
             Alain Elkann gli domandò una volta se era divenuto rabbino per vocazione, se aveva sentito una chiamata. Questa la sua risposta: «Le dirò, io ero affascinato da quello che faceva mio padre. Era l’esempio che io avevo di una vita ben vissuta: la sua dedizione, la sua conoscenza profonda, non soltanto dell’ebraismo, ma anche del mondo classico. Lui era un grecista di chiara fama, conosceva a memoria i lirici greci. […] Da lui ho avuto questo insegnamento: che l’ebraismo deve essere completato da una profonda conoscenza della civiltà, della letteratura, della storia del paese in cui viviamo, perché altrimenti mancherebbe qualche cosa e saremmo fuori dalla realtà»[7].
            Qualche anno più tardi Elkann gli chiese: «Cosa le ha insegnato suo padre?» e lui rispose: «Tutto. Io non sono mai stato nelle scuole pubbliche, sono sempre stato alle Scuole ebraiche e al Collegio rabbinico dove l’orario delle lezioni era questo: una lezione di italiano, una di Talmud, una di greco, un’altra di Bibbia, e così via. Questo ci ha fatto scoprire come ci fosse qualcosa che legava tutto, che la parte ebraica non era avulsa, che non era divisa, separata. Noi vivevamo in un mondo dove il mondo classico e l’ebraismo convivevano naturalmente»[8].
            Nel Dopoguerra, si trattava di ricostruire la vita ebraica in Italia dopo le devastazioni: ottomila deportati, Sinagoghe distrutte, Comunità disperse. A Roma viene riaperto il Collegio rabbinico italiano. Nominato nel 1946 Rabbino Capo di Venezia, Elio Toaff organizza una “Jeshivà Ozar ha-Torà” alla quale partecipano quasi tutti i Rabbini italiani. Le lezioni sono tenute da Rav Alfredo Sabato Toaff: «Mio padre fu un maestro eccezionale, sapiente, colto, instancabile, e seppe ridestare in noi l’interesse per la cultura ebraica, per cui alla fine del corso eravamo tutti soddisfatti, e felici di aver potuto ricominciare a dedicare il nostro tempo a quello studio che è sempre stato la base della vita di ogni ebreo»[9].
            Nel 1951 Rav Elio Toaff viene chiamato a Roma. Nella cerimonia per l’insediamento «io aprii il corteo dei rabbini e degli officianti e mi recai davanti all’Arca della Torà dove ad attendermi c’erano i membri della Consulta rabbinica italiana. Mio padre si fece avanti e con voce commossa pronunciò in ebraico queste parole: “In nome della Consulta rabbinica italiana io ti saluto Rabbino Capo degli ebrei di Roma”»[10].

            2. Tra gli insegnamenti ricevuti dal padre, Elio Toaff ricorda quello di non essere a priori diffidente nei confronti dei preti e della Chiesa: «Notoriamente gli ebrei hanno sempre provato una certa diffidenza nei confronti dei preti e della Chiesa, e la cosa appare abbastanza giustificata se si considera che per circa duemila anni la Chiesa li ha emarginati, perseguitati e persino mandati a morte a causa della loro fedeltà all’antica religione, trasformandoli in un popolo disprezzato e reietto. […] Da questa giustificabile diffidenza, però, mio padre mi aveva insegnato a prendere le distanze, sostenendo che dovunque c’è il buono e il cattivo, e che occorre valutare caso per caso se si vuole essere obiettivi e non cadere negli stessi errori di coloro che, giudicando gli ebrei, generalizzano mettendo tutti nello stesso calderone»[11].
            Il padre era amico del canonico Polese, con il quale aveva in comune la passione per i libri, del parroco di Santa Maria del Soccorso, che abitava nel loro stesso palazzo, e anche il Vescovo si intratteneva con lui per avere delucidazioni su passi biblici o rabbinici. Nel periodo delle persecuzioni «furono proprio i preti, quelli più semplici e modesti, che iniziarono generosamente a dimostrare ai perseguitati la loro solidarietà, con i fatti e non con le parole»[12]. Nella primavera del 1949, nel periodo veneziano,  un parroco venne a informarlo che il Patriarca Agostini avrebbe avuto piacere di conoscerlo. L’invito fu accettato e così si incontrarono: «Il patriarca non sedette sul tronetto che era al centro della sala, ma in poltrona vicino a me. Parlammo di tanti argomenti, della mia Comunità, dell’Olocausto, della nascita dello Stato d’Israele, ed ero stupito nel vedere con quanta affabilità mi parlava e quanta comprensione dimostrava per i problemi così gravi che il popolo ebraico stava affrontando per la ricostruzione. Fu quella la mia prima positiva esperienza di un processo di distensione e di avvicinamento che nel corso degli anni doveva manifestarsi in tutta la sua ampiezza e importanza»[13].
            A Roma le occasioni d’incontro si moltiplicarono. Frequentando la biblioteca del Pontificio Istituto Biblico conobbe padre Agostino Bea, poi ebbe modo di collaborare con padre Cornelius Adriaan Rijk, direttore del Sidic, ed ebbe anche frequenti contatti con padre Mariano, un cappuccino molto noto perché aveva una sua rubrica in televisione: «Questa fiducia, che tanti religiosi intelligenti e onesti mi dimostravano, mi dava soddisfazione e mi faceva piacere, perché era la prova che la mia azione nella Comunità ebraica, volta a dissipare sospetti e rancori secolari in vista di un futuro migliore di comprensione e di apprezzamento, stava dando i suoi frutti, abbattendo le difficoltà e lo scetticismo di chi non credeva che alle parole sarebbero seguiti i fatti»[14].
            La notte in cui Giovanni XXIII entrò in agonia, Toaff sentì imperioso il bisogno di unirsi ai tanti cattolici che vegliavano in preghiera a piazza S. Pietro. Era un omaggio al Papa che aveva convocato il Concilio nel quale sarebbe stata approvata Nostra Aetate, un uomo «semplice, buono, sensibile e onesto» che un Sabato mattina si era fermato a benedire gli ebrei che uscivano dalla Sinagoga «ed era forse quello il primo vero gesto di riconciliazione»[15].
            Il primo incontro con Giovanni Paolo II ebbe luogo l’8 febbraio 1981 nella canonica di San Carlo ai Catinari. Era stato il Papa, in visita a quella Chiesa al confine con il Ghetto, a esprimere il desiderio di incontrarlo. Rav Toaff fu colto di sorpresa, ma dopo aver riflettuto decise di accettare: «Il doloroso passato dell’umiliante clausura nel ghetto, caratterizzato per noi ebrei di Roma dalla sofferenza e dalla emarginazione, seppure non può e non deve essere dimenticato, perché è nelle radici degli ebrei di questa città, e fa parte della loro storia come dei loro sentimenti, certamente deve cedere il passo di fronte alla nuova realtà che, a partire dal Concilio Vaticano II, sta riscoprendo i valori del giudaismo, raccomandando ai cristiani il ritorno alle loro origini per la ricerca della loro più profonda identità»[16].
            Proprio la fiducia in questi nuovi rapporti consentiva a Rav Toaff di trovare i canali giusti per far pervenire la sua protesta tutte le volte che qualche episodio a suo avviso contrastava con i nuovi orientamenti.
            All’inizio del 1986 con molta cautela mons. Mejia iniziò a sondare il terreno per vedere se sarebbe stata possibile una visita del Papa in Sinagoga. Anche questa volta Rav Toaff fu colto di sorpresa: «Ricordavo ancora con tristezza quando, al funerale di mio padre, il vescovo di Livorno non aveva potuto entrare nel Tempio per assistere alle preghiere perché – aveva spiegato – una regola secolare glielo impediva. Come avrebbe potuto farlo oggi il Vescovo di Roma?»[17].
            Toaff rifletté, si consultò con il Consiglio della Comunità, poi con la Conferenza dei rabbini europei, e la decisione fu presa. Il 13 aprile 1986 «alle 17.15 Giovanni Paolo II fece il suo ingresso nel giardino del Tempio, venne verso di me a braccia aperte e mi abbracciò. E mentre lui si accingeva  a entrare nella Sinagoga gremita e a compiere quel gesto di riparazione che doveva ricomporre una frattura di secoli, io mi sentii schiacciare dal peso di tutto il dolore che il mio popolo aveva patito in duemila anni. […] Passai in mezzo al pubblico silenzioso, in piedi, come in sogno, il papa al mio fianco, dietro cardinali, prelati e rabbini: un corteo insolito, e certamente unico nella lunga storia della Sinagoga. Salimmo sulla Tevà e ci volgemmo verso il pubblico. E allora scoppiò l’applauso. Un applauso lunghissimo e liberatorio, non solo per me, ma per tutto il pubblico, che finalmente capì fino in fondo l’importanza di quel momento»[18].
            Dopo aver reso omaggio a Giovanni XXIII e a Jules Isaac, dopo aver ricordato i martiri ebrei di ogni tempo, dopo aver indicato alcuni punti di un lavoro comune a beneficio dell’umanità, Rav Toaff toccò quel tema che ancora oggi è problematico e di urgente attualità: «Il ritorno del popolo ebraico alla sua terra è stato chiamato, dai nostri maestri, l’inizio dell’avvento della Redenzione. Esso deve essere riconosciuto come un bene e una conquista irrinunciabili per il mondo, perché prelude – secondo l’insegnamento dei Profeti – a quell’epoca di fratellanza universale a cui tutti aspirano e a quella pace redentrice che trova nella Bibbia la sua sicura promessa. Il riconoscimento a Israele di tale insostituibile funzione sul piano della redenzione finale, che Dio ha promesso, non può essere negato»[19].
            Sempre nel 1986, il 27 ottobre, venne organizzata ad Assisi la prima giornata interreligiosa di preghiera per la pace, alla quale Rav Toaff partecipò con una delegazione perché «pregare per la pace è un dovere preciso per ogni ebreo»[20].
            Nel 1993 vennero stabilite regolari relazioni diplomatiche tra lo Stato d’Israele e la Santa Sede e nel 2000 Giovanni Paolo II salì in pellegrinaggio a Gerusalemme, deponendo tra le pietre del Kotel una commovente richiesta di perdono:

«Dio dei nostri padri,
tu hai scelto Abramo e la sua discendenza
perché il tuo Nome fosse portato alle genti:
noi siamo profondamente addolorati
per il comportamento di quanti
nel corso della storia hanno fatto soffrire questi tuoi figli,
e chiedendoti perdono vogliamo impegnarci
in un’autentica fraternità
con il popolo dell’alleanza.
Per Cristo nostro Signore»


3. Ricordando nel 1985 la figura di Yoseph Colombo, figlio di Rav Samuele Colombo, Elio Toaff scriveva: «Il mio desiderio, ed il suo, era quello di pubblicare nella rivista del Collegio rabbinico, un po’ alla volta, tutte le opere [di Benamozegh] rimaste inedite ma ora che egli non c’è più, la realizzazione di un tal programma diviene quasi impossibile»[21]. Eppure, negli ultimi vent’anni, sono stati pubblicati otto libri di Benamozegh: Israele e l’umanità. Studio sul problema della religione universale (Marietti 1990); Morale ebraica e morale cristiana (Marietti 1997);  Israele e Umanità. Il mio Credo (ETS 2002); L’origine dei dogmi cristiani (Marietti 2002); Il Noachismo (Marietti 2006); Storia degli esseni (Marietti 2007); L’immortalità dell’anima (La parola 2008); Shavuot. Cinque conferenze sulla Pentecoste (Belforte 2009). Israele e l’umanità è stato tradotto in inglese (Paulist Press 1995) e in spagnolo (Riopiedras 2003), Morale ebraica e morale cristiana è stato ristampato nell’originale francese (In press 2000) e in traduzione inglese (Kessinger 2008 e Cornell 2009). E’ stata anche ripubblicata l’autobiografia del discepolo noachide di Benamozegh: A. Pallière, Il Santuario sconosciuto. La mia “conversione” all’ebraismo (Marietti 2005).
            Giustificato era il sereno ottimismo con il quale Toaff chiudeva la sua autobiografia: «Tramandare quella tradizione che era caratteristica della scuola in cui mi sono formato sotto la guida di mio padre, il quale a sua volta seguiva la tradizione del grande Benamozegh e di quelli che venivano chiamati nel mondo “Hachmè Livorno”, i saggi rabbini livornesi, è stato ed è lo scopo principale della mia vita. E non mi posso lamentare dei risultati, se mi soffermo a considerare la dottrina e la capacità dei miei allievi e l’affetto che mi dimostrano, cercando di collaborare con me con generoso slancio e filiale affetto»[22].

            4. E’ un pomeriggio freddo e umido del gennaio 2010. Un piccolo corteo si avvicina al portone di via Catalana dove un uomo anziano con un cappello nero, un cappotto nero, un talled sulle spalle è in piedi in attesa. Anche questa volta la prima persona a incontrare il Papa è lui, ora Rabbino Capo Emerito di Roma.
            Benedetto XVI gli stringe le mani dicendo: «Sono lieto di incontrare colui che ricevette il mio amato predecessore». La Sinagoga è illuminata, gli invitati seguono su due grandi schermi, non riescono a frenare l’applauso.
            Il corteo si congeda e si dirige verso il Tempio dove sta per avere inizio la cerimonia. Rav Toaff  prima di rientrare in casa si volge ancora una volta a guardare e, con occhi lucidi, mormora: «Bene, bene così… ».

            5. La sera di domenica 19 aprile 2015, il 30 nissan 5775, undici giorni prima del suo 100° compleanno, Rav Elio Toaff lascia questo mondo. Molti si raccolgono in preghiera nel Tempio maggiore appena la notizia si diffonde, altri giungono al mattino per un ultimo saluto prima che le spoglie mortali di colui che è stato per 50 anni Rabbino Capo di Roma raggiungano l’amata Livorno.


Marco Cassuto Morselli 
Presidende Amicizia Ebraico-Cristiana di Roma 


[1] E. Toaff, Perfidi giudei, fratelli maggiori, Mondadori, Milano 1987, p. 3.
[2] M. Morselli, I passi del Messia. Per una teologia ebraica del cristianesimo, Marietti, Genova-Milano 2007, pp. 11-12.
[3] A. S. Toaff, Il Collegio rabbinico di Livorno, in «Annuario di studi ebraici», IX, 1977-79, pp. 119-120.
[4] ivi, pp. 120-121.
[5] Nel cinquantenario della sua scomparsa è stato ricordato nella «Rassegna Mensile d’Israel» XXXIX, 1973, con articoli e testimonianze.
[6] E. Toaff, Perfidi giudei, fratelli maggiori, cit., p. 78.
[7] E. Toaff - A. Elkann, Essere ebreo, Bompiani, Milano 1994, p. 20.
[8] E. Toaff - A. Elkann, Il Messia e gli ebrei, Bompiani, Milano 1998, p. 88.
[9] E. Toaff, Perfidi giudei, fratelli maggiori, cit., p. 156.
[10] ivi, p. 168.
[11]ivi, p. 213.
[12] ivi, p. 214.
[13] ivi, p. 159.
[14] ivi, p. 219.
[15] ivi, p. 220.
[16] ivi, p. 228.
[17] ivi, p. 233.
[18] ivi, pp. 238-239.
[19] ibidem.
[20] ivi, p. 241.
[21] E. Toaff, Il pensiero di Elia Benamozegh rivive in Yoseph Colombo, in «Rassegna Mensile d’Israel», LI, 1985, p. 241.
[22] E. Toaff, Perfidi giudei, fratelli maggiori, cit., p. 248.

martedì 20 gennaio 2015

Comunicato


Parigi - La Grande Sinagoga



Per la prima volta dalla fine della Seconda guerra mondiale la Grande Sinagoga di Parigi è rimasta chiusa per Shabbat.

Con la strage a Charlie Hebdo è stato attaccato uno dei valori fondamentali dell’Europa: la libertà di espressione, o la libertà tout court, e uno dei valori fondamentali della Francia: la laicità.

Con la strage a Hyper Cacher è stato attaccato ancora una volta l’ebraismo. Essere ebrei, mangiare kashèr, rispettare Shabbat viene considerato un crimine, punibile con la pena di morte.

La risposta all’attacco alla laicità è stata profonda, ferma, diffusa. I tre giorni di attacco alla Francia sono stati sentiti dai cittadini europei come tre giorni di attacco all’Europa.

Espressioni di condanna, sdegno, generici inviti al dialogo non sono sufficienti. Una nuova forma di totalitarismo ha dichiarato guerra all’Europa e all’Islam moderato. In Nigeria negli stessi giorni venivano uccise 2000 persone, interi villaggi sono stati rasi al suolo.

Decidere quale sia il vero Islam, quale Islam possa relazionarsi positivamente con il resto del mondo e consentire al suo interno libertà e democrazia è un compito dei musulmani, e nessuno può farlo al posto loro.

Si parla a volte delle radici cristiane o giudaico-cristiane dell’Europa, senza riflettere sul ruolo che per quasi due millenni hanno avuto la teologia della sostituzione e l’insegnamento del disprezzo. Lavorare per sanare le relazioni tra ebrei e cristiani significa affrontare una questione decisiva per la riparazione del mondo (tiqqun olam).

Alle vittime di questi giorni il nostro pensiero affettuoso e la nostra preghiera. Partecipiamo commossi al dolore dei loro familiari e amici.

Marco Cassuto Morselli, presidente dell’Amicizia ebraico-cristiana di Roma
Don Matteo Ferrari, direttore dei Colloqui ebraico-cristiani di Camaldoli

martedì 7 ottobre 2014

Amicizia Ebraico-Cristiana di Roma

L’Amicizia Ebraico-Cristiana di Roma

invita agli incontri con cui l’Associazione inaugura il proprio 
programma 2014-2015


Domenica 26 ottobre 2014 ore 18
Domenica 23 novembre 2014 ore 18

incontro dedicato a Sukkot: la festa delle Capanne

Relatori: Ignazio Genovese e Gabriele Mallel

Per entrambe le conferenze saremo ospiti della Sala Metodista, via Firenze, 38



Segnaliamo inoltre l’importante appuntamento del 
Colloquio Ebraico-Cristiano di Camaldoli 
4-8 dicembre 2014 
dedicato a “Gesù, l’ebreo”.




giovedì 3 aprile 2014

Una lettera non letta è come un sogno ancora da interpretare!

"La Lettera agli Ebrei" 

 
Proseguendo l’esegesi dei testi neotestamentari, all’origine delle contrapposizioni ebraico-cristiane, Marco Cassuto Morselli e Gabriella Maestri, offrono una nuova prospettiva alla comprensione del testo forse più complesso e controverso: “La Lettera agli Ebrei”. 
  


Il “Convivium Assisiense” nell’ambito delle ricerche dell’Istituto Teologico e dell’Istituto superiore di Scienze Religiose di Assisi, pubblica La Lettera agli Ebrei. Introduzione, traduzione e note. (Cittadella Editrice, Anno XV Gennaio-Giugno 2013)


domenica 10 novembre 2013

Barùkh Spinoza

Amicizia Ebraico-Cristiana di Roma

INVITO

La S.V. è cordialmente invitata a partecipare al secondo incontro dell'anno sociale 2013 – 2014  che si terrà


Lunedì 18 novembre 2013 alle ore 18


presso la Sala Metodista - Via Firenze 38, Roma


Programma

                                                             
                                                 
  Incontro dedicato a 
Barùkh Spinoza

Relatori

PINA TOTARO, studiosa di Spinoza presso il CNR

LUIGI DE SALVIA, presidente di Religioni per la pace

Il Presidente

Marco Cassuto Morselli 

 

www.aecroma.it