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mercoledì 16 novembre 2016

GERUSALEMME/SION

di Nathan Ben Horin

Mentre il cristianesimo aveva trasferito il fulcro sacrale di Gerusalemme dalla spianata del tempio al santo sepolcro, questa spianata, con la conquista araba del settimo secolo, viene integralmente islamizzata e totalmente disebreizzata. Ancora oggi la pretesa islamica fondamentalista che i templi successivi di Salomone e di Erode sul Monte Moriah non siano mai esistiti viene accolta e propugnata, senza il minimo dubbio, da vastissimi strati del mondo islamico. Se la storia, le innumerevoli testimonianze, comprese  quelle archeologiche, smentiscono questa versione, se i fatti provano il contrario, allora tanto peggio per i fatti.

A questo punto non sarà forse inutile ricordare come, storicamente, Gerusalemme venne a essere contemporaneamente capitale nazionale e città santa d'Israele. Gerusalemme entra nella storia con il popolo ebraico all'età del bronzo, 3000 anni fa,1000 anni prima dell'era cristiana, 1600 anni prima dell'era musulmana.

É il re Davide che, dopo aver regnato per sette anni a Hebron, conquista, verso l'anno mille prima dell'era contemporanea, l'enclave gebusea per unificare il suo regno, proclamando Gerusalemme capitale. Ma egli non si accontenta dell'unificazione nazionale, ma trasferendo l'arca dell'alleanza da Kiryat Yearim a Gerusalemme ed erigendo un altare sull'aia al Monte Moriah comprata da Aravna, il gebuseo, conferisce alla città lo status di santuario centrale d'Israele. Egli concretizza il motivo ricorrente nella Bibbia ebraica dell'elezione divina di Gerusalemme, come espressa fra tanti altri nel passo del Salmo 132,13-14: «Poiché il Signore ha scelto Sion, l'ha voluta come la sua sede. Questo è il luogo del mio riposo in eterno, qui risiederò, perché l'ho amato».

Per più di mille anni Gerusalemme fu tale, capitale e città santa d'Israele, eccetto per la breve parentesi dell'esilio babilonese. Risale a questo esilio il giuramento di fedeltà a Gerusalemme espresso nel Salmo 137 e mantenuto per tutte le generazioni fino ai nostri
giorni: «Se ti dimenticherò, o Gerusalemme, si paralizzi la mia destra, si attacchi la lingua al mio palato se non ti ricorderò, se non innalzerò Gerusalemme al vertice della mia gioia››.

La Bibbia ebraica nomina Gerusalemme esplicitamente circa 700 volte e il suo sinonimo Sion 150 volte. Inoltre la città ha circa 70 soprannomi, come per esempio Figlia di Sion, Città del gran re, Città di giustizia, Città di verità, Città fedele e cosi via. Questi riferimenti biblici non si contano.

É da Gerusalemme che i profeti d’Israele avevano lanciato al mondo pagano la sfida del monoteismo. Da lì avevano denunciato il culto della violenza, della forza brutale e della crudeltà, contrapponendovi l’insegnamento dell’amore del prossimo, del valore sacro della vita umana. Al posto dell’oppressione del debole, del povero, avevano insegnato la carità, la misericordia, la giustizia sociale. Contro il mito della fatalità, dell’impotenza umana, avevano predicato il concetto della responsabilità dell’uomo verso il suo simile, verso il Creatore e la creazione. Infine da Sion era uscita la visione della pace e della redenzione universale.

È questa profezia, insieme con il libro dei Salmi, come osserva Zwi Werblowsky dell’Università ebraica di Gerusalemme, che racchiude il significato di Gerusalemme, che poi ha determinato l'autocomprensione e la coscienza storica ebraica. Gerusalemme e Sion sono giunti a significare non soltanto la città, ma tutta la terra d'Israele e il popolo d'Israele. Nel profeti, e in particolare in Geremia e Isaia, la città, il paese e il popolo si confondono in un tutto unico come per esempio nel passo di Isaia che esulta per la gioia di Sion, quando i suoi figli ritorneranno dall'esilio o Isaia 51,16: «Io ho messo le mie parole nella tua bocca [...] per dire a Sion tu sei il mio popolo».

Nell'anno 70 Gerusalemme è conquistata dalle legioni di Roma. La città è distrutta insieme con il tempio, dato alle fiamme. La popolazione è decimata. Comincia il lungo esilio del popolo, legato simbolicamente nella tradizione, all'esilio della Presenza divina (Shekhinah). Poi, dopo un'ultima, disperata resistenza nel 135, sotto l'imperatore Adriano, è la catastrofe finale. Tutto ciò che rimane della città viene raso al suolo, lasciando come unico vestigio-testimone solo il Muro Occidentale, per secoli chiamato il Muro del Pianto. Il nome stesso di Gerusalemme è cancellato e sostituito da Aelia Capitolina. É il primo tentativo di degiudaizzare Gerusalemme.

Ma Gerusalemme continua a vivere nell'anima d'Israele disperso, come  nostalgia e speranza. Nostalgia e lutto per lo splendore perduto, speranza nel ritorno, nella redenzione. Questi due poli sono collegati nella coscienza ebraica. «Chi porta il lutto per Gerusalemme nella sua distruzione ~ dice il Talmud ~ si meriterà di vedere la sua ricostruzione».

Il tempo non ci permette di esporre, neanche nel modo più succinto, come la memoria di Gerusalemme e la speranza della sua restaurazione siano state gelosamente custodite nella tradizione rabbinica, nella liturgia della sinagoga, negli usi della vita quotidiana, nella poesia medievale, la kabbalah, nella letteratura yiddish ed ebraica moderna e finalmente nel movimento di risorgimento nazionale, che è il sionismo.

É stato rilevato che non a caso questo movimento ha tratto il suo nome da una città, Sion, e non da un popolo o da un paese. Nello stesso modo Sion e Gerusalemme sono al centro del nostro inno nazionale, Hatikva, «la speranza».

La memoria di Gerusalemme pervade la vita quotidiana dell’ebreo dalla nascita alla morte. Chi osserva un minimo di pratica religiosa ne pronuncia il nome decine di volte al giorno. Il noto augurio alla fine del Seder pasquale: <<L’anno prossimo a Gerusalemme>> è solo una delle espressioni di speranza.

Nathan Ben Horin

(da “Nuovi Orizzonti tra ebrei e cristiani”, Edizioni Messaggero Padova)

mercoledì 25 febbraio 2015

Gerusalemme: "Museo delle terre della Bibbia"

In mostra 110 tavolette di argilla di 2500 anni fa.

Uno spaccato della vita degli ebrei durante l'esilio a Babilonia 2.500 anni fa: lo testimoniano più di 100 tavolette di argilla - incise in cuneiforme accadico - esposte per la prima volta questa settimana al 'Museo delle terre della Bibbia' a Gerusalemme. La rassegna - intitolata 'Dalle rive di Babilonia' - è considerata "uno dei più importanti antichi archivi ebraici dalla scoperta dei Rotoli del Mar Morto".

Come le tavolette (molto più numerose delle 110 della rassegna che riguardano solo temi ebraici) siano state scoperte, resta ancora in gran parte un mistero: gli studiosi hanno ipotizzato che la collezione sia stata rinvenuta in uno scavo nel sud dell'Iraq negli anni '70 e che sia poi riemersa nel mercato internazionale di antichità. Fatto sta che la raccolta di reperti è ritenuta una scoperta molto importante per far luce sulla vita delle comunità ebraiche sradicate da Israele all'epoca dell'esilio. Le tavolette - che contengono principalmente certificati amministrativi come vendite, contratti, affitti, discorsi - sono nel classico cuneiforme accadico e alcune sono state cotte al forno.

Grazie all'uso babilonese di scrivere la data su ogni documento, in base al re in quel momento sul trono, gli archeologi - secondo quanto reso noto dal museo - hanno fatto risalire le argille tra il 572 e il 477 prima di Cristo.

La più antica tavoletta della collezione è stata scritta circa 15 anni dopo la distruzione nel 586 del Primo Tempio di Gerusalemme da parte di Nabucodonosor, il re caldeo che deportò gli ebrei a Babilonia. L'ultima invece è stata incisa circa 60 anni dopo il ritorno di una parte degli esiliati in Israele secondo la concessione del re di Persia Ciro nel 538 avanti Cristo. Nei libri pubblicati dal Museo sulla collezione, si dice che il contenuto delle tavolette riflette la vita di villaggi tra l'Eufrate e il Tigri: uno di questi chiamato Al-Yahudu, termine usato nelle fonti babilonesi per indicare Gerusalemme.

"Il villaggio - ha detto Horowitz, citato dai media - è la 'Gerusalemme di Babilonia' così come New York è la 'nuova York'". Gli abitanti di Al-Yahudu erano ebrei, come testimoniano i loro nomi: Gedalyahu, Hanan, Dana, Shaltiel e Netanyahu. Inoltre, in una delle tavolette sono incise, accanto alla lingua accadica, antiche lettere ebraiche. "Le più vecchie – ha sottolineato Horowitz - dall'esilio babilonese". (ANSA).

Fonte: “SHALOM 7”- 8 febbraio 2015


venerdì 4 gennaio 2013

Dove cercare Gesù


Dove trovare Gesù? 

Matteo Ferrari, monaco di Camaldoli

Veduta di Gerusalemme

Abbiamo celebrato in questi giorni la sua nascita, abbiamo cantata l’incarnazione del Verbo di Dio che ha posto la sua tenda in mezzo a noi, ma poi nella nostra vita di ogni giorno facciamo l’esperienza di Maria e Giuseppe di non trovare Gesù accanto a noi durante il viaggio. Il Vangelo di questa domenica ci può aiutare a rispondere a questa domanda così fondamentale per la nostra vita e per sperimentare per noi il senso dell’incarnazione oggi. Dove trovare Gesù?

Gesù va cercato innanzitutto a Gerusalemme. 

 Per Luca la Città santa ha un significato del tutto particolare. Luca scrive un’opera in due volumi nei quali Gerusalemme è il punto di arrivo e il punto di partenza. E’ il punto di arrivo verso il quale Gesù si dirige per compiere la sua Pasqua. Gran parte del Vangelo di Luca è costituito da un grande viaggio di Gesù verso Gerusalemme come luogo nel quale doveva compiersi il suo “esodo”, il suo passaggio, l’evento della sua morte e risurrezione. Da Gerusalemme, poi, i suoi discepoli dovevano ripartire per raggiungere gli estremi confini della terra.

Gerusalemme è il luogo della Pasqua, della morte e risurrezione di Gesù, il luogo del dono della vita. Questo è il punto di arrivo e il punto di partenza per ogni uomo e donna alla ricerca di Gesù. Non si può trovare Gesù al di fuori della sua Pasqua, al di fuori da Gerusalemme.

Inoltre Gesù lo possiamo trovare nel Tempio seduto in mezzo ai maestri mentre li ascoltava e li interrogava. Il Tempio è il luogo scelto dal Signore per far abitare il suo Nome in mezzo al suo popolo. Non dobbiamo pensare il Tempio come la casa di un Dio lontano, ma come una casa tra le case. Il Tempio è il segno della presenza del Dio santo-altro in mezzo al suo popolo. Gesù lo possiamo trovare lì dove abita l’umanità che egli ha scelto per sua dimora. Non dobbiamo cercare Gesù lontano dagli uomini e dalle donne del nostro tempo, perché egli, come è nello stile del Dio di Israele, pone la sua tenda in mezzo a noi.

Ai tempo dell’esilio in Babilonia, quando i giudei sono costretti ad andare esuli lontano dalla loro terra, Ezechiele ci dice che la presenza, la gloria, del Signore si alza dal Tempio e si sposta verso oriente. Non è l’immagine di un Dio che abbandona il suo popolo nel momento del bisogno; non è un Dio che, irato, si allontana sdegnato dal suo popolo, ma è un Dio che va in esilio insieme al suo popolo proprio perché la sua presenza non è legata ad una costruzione di pietra. Dio ritorna ad essere un nomade, come lo era quando seguiva il cammino di Israele nel deserto verso la terra promessa.

Anche noi non possiamo trovare Gesù se non tra gli uomini e le donne del nostro tempo, perché egli abita lì dove essi abitano. E’ questo il senso del luogo del Tempio.

Nel Tempio Gesù è tra i maestri, mentre li ascolta e li interroga. Si tratta dei sapienti di Israele, esperti nella Legge, nelle Scritture. Non si può trovare Gesù al di fuori delle Scritture. Anche questo è un aspetto importante: non possiamo trovare Gesù se non nella sua Pasqua, nel suo abitare tra gli uomini e le donne del nostro tempo, alla luce delle Scritture, in dialogo con esse, ascoltando e interrogando.


Sono i tre luoghi nei quali anche noi oggi possiamo ritrovare Gesù: la sua Pasqua, l’umanità del nostro tempo, le Scritture ascoltate e interrogate. Ma per trovare Gesù in questi tre luoghi occorre l’atteggiamento sapiente di Maria: cercare il senso dei fatti che accadono nella nostra vita. E’ infatti la nostra esistenza il luogo nel quale ritrovare il dono della vita, l’incontro con l’umanità del nostro tempo, l’ascolto della Parola. L’atteggiamento di Maria non è un disincarnato spiritualismo, ma l’attenzione a ciò che la vita presenta. Il cuore nelle Scritture non è il luogo dei sentimenti, ma il luogo dell’intelligenza, il luogo dove si prendono le decisioni, dove si ascolta la Parola e ci si decide per Dio. Il cuore è ciò che noi chiameremmo coscienza. Ecco non basta conoscere i luoghi nei quali trovare Gesù, occorre anche l’atteggiamento intelligente di Maria che cercava il senso degli avvenimenti della sua vita. 


Monastero di Camaldoli - La Vergine 


Se avremo come Maria la capacità di meditare nel cuore, allora la vita vissuta come dono, l’umanità del nostro tempo e la guida delle Scritture sante saranno il luogo dove trovare Gesù nella nostra vita.







 Camaldoli, 30 dicembre 2012 - Domenica della Santa Famiglia




venerdì 7 dicembre 2012

Quel lume alla finestra

La festa di Chanukkà 


Il 25 di Kislèv cade la festa di Chanukkà (Inaugurazione) che dura otto giorni. Si chiama anche Chàg Haneròth (festa dei lumi), Chàg Haurìm (festa delle luci) e Chàg Hamakkabìm (festa dei Maccabei).

Quando Giuda, figlio del sacerdote Mattatia e soprannominato Maccabeo, dalle iniziali delle parole della frase: “Mi Kamòkha Baelìm Adon-i?” (Chi è pari a Te, o Signore?) entrò nel Tempio di Gerusalemme, a capo dei suoi valorosi seguaci, sapeva bene quale fosse il suo primo compito: riconsacrare il Santuario al Signore e abbattere gli idoli, fatti installare dal re di Siria Antioco IV Epifane, persecutore del culto israelitico, sotto il cui governo era caduta Èretz Israèl (la Terra d'Israele).

Antioco, infatti, voleva che gli ebrei abolissero completamente l’osservanza della Torà e seguissero la religione e la cultura greca, secondo le quali egli stesso era cresciuto. Molti ebrei morirono piuttosto che tradire la loro fede. Ma col passare del tempo, gli animi erano giunti all’esasperazione e quando il vecchio Mattatia, appoggiato dai suoi figli, diede il segno della rivolta, molti non indugiarono a seguirlo.

Le forze di Israele, sotto il comando di Giuda Maccabeo, riuscirono finalmente ad affrontare e sopraffare il nemico, entrando a Gerusalemme. Il Talmùd racconta che quando gli Asmonei riconsacrarono il Tempio, trovarono una piccola ampolla di olio puro, col sigillo del Sommo Sacerdote. L’olio poteva bastare per un solo giorno, ma avvenne un grande miracolo: Nes gadòl hayà pò e l’olio bruciò per otto giorni, diffondendo una bellissima luce e dando così la possibilità ai Sacerdoti di prepararne dell’altro nuovo. Allora fu proclamato che il 25 Kislèv si festeggiasse l’avvenimento, per tutti i tempi. Ancora oggi si accendono i lumi per otto sere, in ricordo non solo del miracolo dell’olio, ma soprattutto del miracolo che pochi ebrei, con l’aiuto del Signore, riuscirono a sconfiggere l’esercito potente dei siriani.

Durante l'accensione dei lumi di Chanukkà si recita il seguente brano:  

“Noi accendiamo questi lumi in ricordo dei miracoli e della liberazione e delle prodezze e delle salvezze e dei prodigi e delle consolazioni che facesti ai nostri padri in quei giorni in quest'epoca, per mezzo dei tuoi santi sacerdoti. Tutti gli otto giorni di Chanukkà questi lumi sono sacri e non possiamo servirci di loro, ma solo guardarli, per rendere omaggio al Tuo Nome per i Tuoi miracoli e i Tuoi prodigi e le Tue salvezze”.


sevivòn  (trottolina)

Negli otto giorni della festa di Chanukkà non si possono fare manifestazioni di lutto e non si può digiunare. I bambini ricevono regali e in particolare dei sevivòn (trottoline) su cui compaiono le iniziali delle parole Nes gadòl hayà pò (Un grande miracolo è avvenuto qui).
Uno dei precetti relativi alla festa è quello di "rendere pubblico il miracolo", per questo si usa accendere i lumi al tramonto o più tardi, quando c'è ancora gente nelle vie, vicino alla finestra che si affaccia sulla strada, al fine di rendere pubblico il miracolo che avvenne a quel tempo.

UNA RIFLESSIONE SUL MIRACOLO DELL'OLIO

di Rav Riccardo Di Segni


"Il miracolo di Chanukkà, dell’olio che basta per accendere la Menorà per otto giorni, ha un precedente nel secondo libro dei Re, al capitolo 4. È la storia di una povera vedova piena di debiti alla quale il profeta Elishà (Eliseo) fa un miracolo. In casa la vedova ha solo un’ampollina di olio; Elishà le chiede di chiudersi in casa, e di farsi prestare quanti più recipienti (kelìm) può; e poi di cominciare a versare il suo poco olio nei recipienti. L’olio comincia a scendere e riempie di volta in volta i recipienti che vengono portati. Finiti i recipienti, il miracolo si interrompe. Questa storia può essere molto utile per spiegare il senso del miracolo di Chanukkà. L’olio e i recipienti rappresentano lo spirito e la materia. C’è un’effusione ininterrotta dell’olio, della luce, dell’energia, dello spirito, nella materia vuota. Finché c’è un recipiente disponibile, l’energia arriva".

Negli ultimi anni nelle grandi piazze di alcune città italiane, si issa un'enorme Chanukkià i cui lumi vengono accesi in presenza di numerosi intervenuti. 


Roma, la grande Chanukkià di piazza Barberini


A cura di "Per Amore di Gerusalemme"

domenica 28 ottobre 2012

Il giorno dell'Espiazione

Yom Kippùr

Nel calendario liturgico ebraico il giorno dell'Espiazione - Kippùr o Yom Kippùr o Yom haKippurìm - è il più importante dell'anno; in aramaico è yomà, "il giorno" per eccellenza che dà il titolo al trattato della Mishnà che ne espone le regole. "Il giorno" cade il 10 di Tishri, primo mese autunnale.

Di questo giorno parla in più occasioni la Bibbia e la fonte principale è il capitolo 16 del Levitico. Qui si descrive un complesso ordine cerimoniale affidato al Gran Sacerdote, che deve scegliere estraendo a sorte tra due capretti; uno, dedicato al Signore, viene offerto in sacrificio; l'altro riceve con un gesto simbolico il carico delle colpe di tutta la collettività e viene quindi inviato a morire nel deserto. Di qui l'espressione e il concetto di "capro espiatorio". Lo stesso brano biblico si conclude spiegando che in quel giorno è d'obbligo affliggere la propria persona e non lavorare, perché "in questo giorno espierà per voi purificandovi da tutte le vostre colpe, vi purificherete davanti al Signore" (versetto 30).

Dai tempi della sua istituzione biblica Kippùr è il giorno dell'anno in cui le colpe vengono cancellate e il destino futuro di ogni uomo viene stabilito, dopo il giudizio cui è stato sottoposto nei giorni precedenti del Capodanno. La tradizione rabbinica si è dilungata a spiegare quali colpe possano essere cancellate del tutto o in parte, o sospese, in base alla loro gravità. La forza espiatrice del Kippùr si misura con l'obbligo principale dell'uomo nei giorni che lo precedono: la tesciuvà; letteralmente è il "ritorno" ed è il termine con il quale si indica il pentimento, nel senso di ritorno alla retta via. Questo ritorno comporta la consapevolezza di avere sbagliato, l'intenzione di non commettere nuovamente l'errore, la confessione pubblica e collettiva. Tutto questo si basa necessariamente sulla fede in un Dio misericordioso e clemente che viene incontro a chi ha sbagliato. In ogni caso la cancellazione delle colpe si riferisce a quelle commesse nei rapporti dell'uomo con il Signore; le colpe tra uomini vengono cancellate solo dagli uomini. Per questi motivi la vigilia del Kippùr è dovere per ognuno andare a chiedere scusa alle persone che sono state da lui offese.

Per tutto il periodo di esistenza del Tempio di Gerusalemme le cerimonie del giorno di Kippùr rappresentavano il complesso liturgico più complesso e solenne. Solo in quel giorno era consentito al Gran Sacerdote accedere al Santo dei Santi. Il rispetto dei dettagli prescritti era essenziale, richiedeva una preparazione prolungata e minuziosa, e un'esecuzione attenta su cui vigilava con ansia l'intera collettività raccolta nel Tempio. Di tutto questo dopo la distruzione del Tempio è rimasto solo il ricordo nostalgico, che nella liturgia del Kippùr avviene con la lettura, al mattino, del brano del Levitico e nel primo pomeriggio con una lunga evocazione poetica del cerimoniale.

La liturgia sinagogale tocca in questo giorno il vertice dell'impegno; lunghe e solenni preghiere la sera d'inizio, e una seduta praticamente ininterrotta dal mattino successivo fino al comparire delle stelle. Sono momenti speciali quelli della lettura di brani di suppliche, la lettura al mattino di Isaia 57, che descrive come vero digiuno la pratica della giustizia, e al pomeriggio il libro di Giona, che è una grandiosa rappresentazione della misericordia divina. La presenza del pubblico nelle sinagoghe raggiunge il massimo annuale in questo giorno, specialmente nei momenti più solenni di apertura e chiusura.

Essenziale nel Kippùr è il coinvolgimento personale, soprattutto con un digiuno totale senza bere né mangiare per circa 25 ore - dal quale sono esenti i malati - insieme ad altre forme di astensione (lavarsi, usare creme profumate, indossare scarpe di cuoio, evitare i rapporti sessuali). Poi c'è la dimensione familiare e sociale, nei pasti che precedono e seguono il digiuno e nelle riunioni delle famiglie in Sinagoga per ricevere la benedizione sacerdotale, impartita dai Cohanim, i discendenti di Aharon.
Malgrado l'austerità, la solennità e le forme imposte di afflizione fisica il Kippùr è vissuto collettivamente con serenità e gioia nella consapevolezza che comunque non verrà meno la misericordia divina.

A conclusione di queste brevi note esplicative, considerando la sede autorevole e certamente non abituale dove vengono pubblicate, può essere interessante proporre una riflessione sul senso che il Kippùr ha avuto, e può avere oggi, nel confronto ebraico-cristiano. Questo perché nella formazione del calendario liturgico cristiano le origini ebraiche hanno avuto un ruolo decisivo, come modello da riprendere e trasformare con nuovi significati: il giorno di riposo settimanale passato dal sabato alla domenica, la Pasqua e la Pentecoste. In alcuni casi la Chiesa ha persino festeggiato il ricordo dell'osservanza di precetti biblici tipicamente ebraici (la festa della Purificazione del 2 febbraio; un tempo l'1 gennaio quella della Circoncisione). Ma l'intero ciclo autunnale, di cui Kippùr è il giorno più importante, è come se fosse stato cancellato. Probabilmente ciò è dovuto al fatto che i simboli del Kippùr riguardano alcune differenze inconciliabili tra i due mondi. I temi del gran sacerdozio, del Tempio, del sacrificio, del capro espiatorio, della cancellazione delle colpe che nella tradizione ebraica si unificano nel Kippùr sono stati rielaborati dalla Chiesa, ma fuori dall'unità originaria. Semplificando le posizioni contrapposte: un cristiano, in base ai principi della sua fede, non ha più bisogno del Kippùr, così come un ebreo che ha il Kippùr non ha bisogno della salvezza dal peccato proposta dalla fede cristiana.

Riccardo Di Segni
Rabbino capo di Roma

Fonte: (©L'Osservatore Romano 8 ottobre 2008) 



lunedì 1 ottobre 2012

Mistero del Nome di Dio

“Benedetto il suo Nome glorioso e sovrano per sempre in eterno”.

Nell’ebraismo, chiamare qualcuno per nome significa conoscere la realtà del suo essere più profondo, la sua vocazione, la sua missione, il suo destino. È come tenere la sua anima nella propria mano, avere potere su di lui. Per questa ragione il Nome di Dio, che indica la sua essenza stessa, è considerato impronunciabile dagli ebrei. Solo il sommo sacerdote, nel Tempio di Gerusalemme, poteva pronunciarlo nel giorno di Kippur (espiazione), quando faceva la triplice confessione dei peccati per sé, per i sacerdoti e per la comunità. A questo riguardo il Talmud (studio delle Scritture) dice: "Quando i sacerdoti e il popolo che stavano nell’atrio, udivano il Nome glorioso e venerato pronunciato liberamente dalla bocca del sommo sacerdote in santità e purezza, piegavano le ginocchia e si prostravano e cadevano sulla loro faccia ed esclamavano: Benedetto il suo Nome glorioso e sovrano per sempre in eterno" (Jomà, VI,2).

Nella Bibbia ebraica il Nome è espresso con quattro consonanti (yod, he, waw, he): JHWH, dette "Tetragramma sacro", citato ben 6.828 volte. Ma la sua esatta vocalizzazione è oggi sconosciuta. E’ bene ricordare che nell’alfabeto ebraico le vocali furono aggiunte in epoca molto tarda (VI-VIII sec. d. C.) da rabbini detti Masoreti ( “I tradizionali”). Costoro posero sotto le quattro consonanti le vocali della parola Adonai, “Signore”, che gli ebrei hanno sempre pronunciato al posto del tetragramma sacro. Ciò viene rilevato anche dal Catechismo CEI in una nota: "la tradizione ebraica considera questo nome impronunciabile e suggerisce di dire in suo luogo "Adonai", cioè "Signore" o di pronunciare un altro titolo divino. Per rispetto ai nostri fratelli ebrei questo Catechismo invita a fare altrettanto e in ogni caso riduce all’indispensabile l’uso del tetragramma sacro" (CdA 48,6).
Anche Papa Giovanni Paolo II ci invita, con il suo autorevole esempio, ad astenerci dal pronunciare il “Nome”, in segno di rispetto verso i fratelli ebrei che lo ritengono impronunciabile: “quel Nome che neppure io voglio pronunciare per rispettare il desiderio del popolo ebraico" ("Via Crucis" -venerdì santo - 30 marzo 1986 ).

Come abbiamo visto, la vocalizzazione del tetragramma, oltre ad essere offensiva per gli ebrei, è anche del tutto arbitraria, dal momento che non se ne conosce l’esatta pronuncia.

N.B.: La trascrizione “italiana” del Nome tetragrammato (JHWH) non è accettata dall’ebraismo.

Vittoria Scanu 

Giovanni Paolo II e il rabbino Elio Toaff - Roma, Tempio maggiore, 13 aprile 1986