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sabato 12 luglio 2014

La terra d'Israele e il popolo ebraico

"Non me ne andrò via da qui"
Ani lo azuz mi po’
  
Giacomo Kahn
  
Il funerale dei tre ragazzi uccisi in Cisgiordania – Eyal Yifrah (19 anni), Gilad Shaar (16) e Naftali Fraenkel (16) – ha mostrato al mondo intero un’immagine del popolo d’Israele affranto,  piangente, ma saldo e composto nel suo dolore. Nessun grido, nessuna voglia di vendetta, se non la legittima richiesta di giustizia, di vedere catturati e condannati gli esecutori di questo brutale omicidio. “Loro – ha detto il premier Netanyahu, nell’elogio funebre – celebrano la morte, noi la vita. Loro inneggiano alla crudeltà, noi alla pietà”. Una crudeltà non di questi giorni. Da troppo tempo il fanatismo islamico e il terrorismo palestinese urla: “Itbach al-yahud”, a morte gli ebrei.

Ad Hebron, la città che ospita la Grotta di Macpelà, acquistata da Abramo ed in cui sono seppelliti i Patriarchi – il luogo che forse più della stessa Gerusalemme costituisce la prova del legame tra la terra d’Israele e il popolo ebraico – sono stati assassinati negli ultimi venti anni oltre quaranta ebrei: studenti come Erez Shmuel; padri e figli come Mordechai e Shalom Lapid; gherim (convertiti all’ebraismo) come Rafael Yariri e Margalit Shohat; giovani sposi come Effie e Yaron Ungar; rabbini come Shlomo Ra’anan (nipote del grande rabbino rav Kook) pugnalato al cuore e Elnatan Horowitz; o come la piccola Shalhevet Pass, 10 mesi, uccisa da un cecchino; famiglie intere sterminate come Yosef Dickstein, sua moglie Hannah e la piccola Shuv’el (nove anni).

Poi vi sono le famiglie trucidate nelle loro case: come la famiglia Shabo (la madre Rachel e i figli Avishai, Zvika e Neria), uccisi a Karnei Shomron nel 2001; come la famiglia Gavish (David, Rachel, il figlio Avraham e il nonno Yitzhak), trucidati il 28 marzo 2002 a Elon Moreh; come la famiglia Fogel (Udi, Ruth, Yoav 11 anni, Elad 4 anni, Hadas 3 mesi) sgozzata nel sonno ad Itamar (marzo 2011).

Vi sono i giovani massacrati: come Kobi e Yossi, 16 anni, immobilizzati e lapidati nel 2002 a Tekoa, nel deserto della Giudea; il ragazzino Eliyhau Asheri, rapito mentre faceva l’autostop ed ucciso con un colpo alla testa; Shlomo Nativ (13 anni) massacrato a colpi d’ascia; Yehuda Shoham (cinque mesi), ucciso in macchina sulla strada per Shiloh; Danielle Shefi, cinque anni, ucciso in casa ad Adora; Shaked Avraham, sette mesi, ucciso a Negohot; Noam Apter ucciso a Shiloh; e gli otto studenti (Avraham David Moses, Ro’i Roth, Neria Cohen, Yonatan Eldar, Yochai Lifshitz, Segev Peniel Avichail, Yonadav Hirscheld, Doron Meherete) trucidati nel marzo 2008 nella yeshivah Merkaz Harav di Gerusalemme.

Vi sono gli adulti assassinati lungo le strade: Sara Norman, uccisa mentre andava a Gush Etzion (29 maggio 2001); Avital Wolanski, uccisa lungo la strada per Eli; Yehudit Cohen, Sharon Ben-Shalom, il rabbino Hillel Lieberman, Zvi Goldstein; o Tali Hutel (34 anni, incinta) assassinata nella sua auto a Gush Katif (2 maggio 2004), insieme alle sue figlie Hila (11 anni), Hadar (9 anni), Roni (7 anni) e Merav (2 anni).

Tutte queste persone sono state assassinate (insieme alle altre centinaia di vittime del terrorismo suicida palestinese che ha insanguinato le strade, i bar, i ristoranti di Israele) a prescindere da dove avessero scelto di abitare, se al di qua o al di là della Linea Verde, se nelle città o negli insediamenti. Non è importante. Il terrorismo islamista mira alla totalità del territorio israeliano, non fa differenze: Tel Aviv è come Itamar; Haifa è come Tekoa.

Davanti alla violenza brutale e disumana che si accanisce sui ragazzi – fatta per annichilire e abbattere il morale d’Israele – il popolo ebraico trova una solo risposta: Ani lo azuz mi po'. Io non andrò via da qui. Non c’è altro posto, non c’è  altro luogo dove andare, dove gli ebrei possano realizzare le proprie aspettative, svolgere la propria missione, siano essi religiosi o non osservanti.

Ani lo azuz mi po', è una promessa solenne che non impegna però solo gli israeliani. E’ una dichiarazione che coinvolge anche gli ebrei della diaspora, il cui destino è legato al destino di Israele. D’altra parte il terrorismo islamista non fa differenze: obiettivi sono i bambini della scuola ebraica Tolosa, i visitatori del Museo ebraico di Bruxelles, i turisti israeliani di Burgas; gli studenti delle yeshivot o i fedeli che escono da una sinagoga.

Davanti a tanto sangue, alla capacità di sopportazione (quasi viene da dire al martirio) del popolo ebraico, le preghiere per la pace – invocate insieme – rischiano oggi di apparire come una mera esercitazione alla speranza. Quella giornata speciale nei giardini vaticani verrà consegnata alla storia – almeno per ora – non per il miracolo che tutti attendevamo, ma per l’ipocrisia del presidente palestinese Abu Mazen che da un lato invoca un accordo con Israele, ma dall’altro governa insieme ad Hamas che inneggia all’uccisione e al rapimento dei civili israeliani. Da Eilat a Rosh hanikrà, da Herzlya a Rosch ha Ajin: Ani lo azuz mi po'.

Giacomo Kahn 
Pubblicato su ‘Shalom’ luglio 2014  

giovedì 15 novembre 2012

30° AEC di Roma: Messaggio del Cardinal Koch

Messaggio di auguri del Cardinale Kurt Koch

in occasione dei 30 anni dell’Amicizia ebraico-cristiana di Roma

                                                            
Cardinale Kurt Koch

“Ecco quanto è buono e quanto è soave che i fratelli vivano insieme”, così leggiamo nel primo versetto del Salmo 133. Anche se nella stesura originaria del Salmo, per “fratelli” sono esclusivamente intesi gli appartenenti al popolo d’Israele, oggi, dopo che Papa Giovanni Paolo II ha chiamato gli ebrei i fratelli maggiori dei cristiani e Papa Benedetto XVI i nostri padri nella fede, si può parlare di una comunità di fratelli e di sorelle tra ebrei e cristiani. Siamo inscindibilmente legati gli uni agli altri per quanto riguarda i fondamenti essenziali della fede nel Dio d’Israele e siamo uniti da un ricco patrimonio spirituale comune, perché possiamo guardare ad un lungo passato comune. Il cristianesimo ha le sue radici nell’ebraismo; quest’ultimo costituisce il nucleo della sua identità. Gesù è e rimane un figlio del popolo d’Israele, è segnato da quella tradizione e, per questo, può essere esattamente compreso soltanto a partire da tale orizzonte culturale e religioso.

L’Amicizia ebraico-cristiana ha fatto propria questa visione spirituale e porta avanti il dialogo tra cristiani ed ebrei nella fratellanza e nell’amicizia. Sono grato che, a livello della concreta convivenza quotidiana, si siano formati gruppi che costruiscono ponti tra ebrei e cristiani nello spirito di Nostra aetate (n. 4). In ultima analisi si tratta di conoscerci più da vicino nelle nostre rispettive tradizioni religiose e di imparare ad apprezzarci vicendevolmente. Cristiani ed ebrei dovrebbero familiarizzarsi sempre di più gli uni con gli altri. Nel campo dell’educazione e della formazione, questo aspetto non dovrebbe mai essere tralasciato. Pregiudizi e malintesi nascono infatti quando l’altro rimane estraneo e inaccessibile.

Sono lieto, in particolare, che l’Amicizia ebraico-cristiana di Roma possa oggi festeggiare il trentesimo anniversario della sua fondazione. La comunità ebraica in questa città è più antica della nostra Chiesa. Possiamo guardare ad una convivenza tra ebrei e cristiani di quasi duemila anni, che sicuramente non è stata priva di tensioni, ma che in vari momenti è stata anche segnata da una proficua collaborazione. E proprio qui a Roma, dove le radici della comunità ebraica risalgono già al tempo dei Maccabei e dove gli inizi della nostra Chiesa si riallacciano agli Apostoli Pietro e Paolo, l’amicizia e la collaborazione tra ebrei e cristiani sono particolarmente importanti. Sono profondamente riconoscente per il prezioso contributo apportato dall’ Amicizia ebraico-cristiana di Roma in favore della promozione di una relazione sempre migliore tra ebrei e cristiani nella nostra città. E tengo ad esprimere all’Amicizia ebraico-cristiana, in questa lieta ricorrenza che oggi viene celebrata, i miei migliori auguri, invocando la benedizione del nostro Dio che sempre ci assicura la sua presenza e il suo aiuto.


Kurt Cardinale Koch

Presidente della Commissione per i rapporti religiosi con l’ebraismo della Santa Sede




lunedì 5 novembre 2012

Progetto Davka

I-Tal-Iah

Risvegli nella rugiada divina


Il titolo del nuovo CD dell’ensemble “Progetto Davka” rievoca il peculiare universo della tradizione musicale e liturgica degli Ebrei italiani, unendolo all’auspicio di un “risveglio”. Questi sono infatti gli intenti del nuovo album secondo Maurizio di Veroli, l’ispiratore del progetto: «La raccolta di 8 brani di ispirazione liturgica propone un risveglio culturale/cultuale per testimoniare un impegno spirituale nella evoluzione musicale che non è cambiamento o frattura ma rinnovamento nel solco della tradizione. Il testo della liturgia viene pienamente accolto senza tradire la melodia originale ma con arrangiamenti ispirati a sensibilità musicali e contesti esecutivi diversi».

Come altri giovani cantori sinagogali e musicisti, anche Maurizio di Veroli intende colmare le distanze generazionali nella musica, scegliendo di accogliere le avanguardie contemporanee allo stesso modo in cui a loro tempo avevano fatto i compositori di musica ebraica in Italia nel Novecento, con repertori che oggi sono inseriti nel culto.

La tradizione corale interpretativa nel Tempio Maggiore di Roma, ad esempio, si è più volte rinnovata. Con la sua inaugurazione, dall’inizio del XX secolo si creò un'unica liturgia anche corale che accolse e integrò le tradizioni liturgiche delle preesistenti Scole senza essere impermeabile a quanto di nuovo veniva via via proposto e composto in contesti musicali anche non ebraici.

Nelle sinagoghe di rito italiano si esegue oggi un repertorio in parte ottocentesco e novecentesco, non esente da contaminazioni di origine diversa, talvolta con mera trasposizione di testi di poesia liturgica su brani di tradizione musicale di diversa provenienza che il coro esegue con opportuni adattamenti.

Le partiture elaborate per questo CD includono percussioni, strumenti a corda e a fiato. Arrangiamenti e ritmi sono rinnovati, ma pur sempre riconoscibili. Ricerche condotte nell’Archivio storico della Comunità ebraica di Roma hanno consentito la selezione, all’interno di repertori consolidati, dei pezzi ritenuti più adatti a questa sperimentazione. Brani come Maskil Shir Yedidot; A-donai Mi Yagur, Yom ha- Shishi, Ve Ata Israel Avdì vengono proposti in una versione diversa rispetto a quella sinagogale romana solo per l’introduzione di strumenti diversi dall’usuale organo, ovvero voce, piano e clarinetto. In Veshameru, e Imloch Bachurim le percussioni, anche etniche, costituiscono il basso continuo della melodia. In Halleluja si è scelto di valorizzare i toni gioiosi del testo, alleggerendoli dalla solennità delle esecuzioni consuete.

Un brano, composto dal Maestro Elio Piattelli, sia il Suo ricordo in benedizione, è dedicato a Stefano Gay Tachè, vittima dell’attentato dell’autunno 1982 al Tempio Maggiore di Roma: ancora un richiamo, ancora un risveglio ma, questa volta, sui temi dell’antisemitismo e del terrorismo. La partitura originale è stata rielaborata dal “Progetto DAVKA” accennando in esordio le note di Les feuilles mortes, canzone composta da J. Kosma per versi di J. Prevert.

L’ensemble si avvale della collaborazione di Luana Mariani, come pianista e per la stesura degli arrangiamenti, del clarinettista Massimo Montagnolo per la parte jazzistica e del percussionista Tiziano Carfora che ha arricchito le esecuzioni con la sua conoscenza delle percussioni etniche

Marco Cassuto Morselli


martedì 16 ottobre 2012

Conferenza di Silvia Haia Antonucci

C’era una volta…
il Museo della Comunità ebraica più antica d’Europa



Conferenza di Silvia Haia Antonucci

(Archivio Storico della Comunità Ebraica di Roma) 

giovedì 18/10/2012 ore 16,30

presso il “Gruppo Ghimel” dell’Istituto Pitigliani (Via Arco de’ Tolomei 1, Roma)

 

A seguito della tesi :   

Salvatore Fornari e Roma. Un collezionista di immagini della Capitale tra “emancipazione” e fine del XX secolo  

redatta attraverso l’analisi del Fondo Fornari conservato presso l’Archivio Storico della Comunità Ebraica di Roma, in occasione del conseguimento della Laurea Magistrale in Studi Storico-Artistici presso l’Università “La Sapienza” di Roma, Facoltà di Lettere e Filosofia (24 gennaio 2012) in Storia dell’Arte contemporanea (prof.ssa Antonella Sbrilli).












16 ottobre 1943: Deportazione degli ebrei di Roma

La grande razzia

C’è una lapide sulla facciata della Biblioteca di Archeologia e Storia dell’Arte a Via del Portico d’Ottavia, quasi di fronte alla Sinagoga. Ricorda che “qui ebbe inizio la spietata caccia agli ebrei”. Qui, in un’alba di 56 anni fa, si radunarono i camion e i soldati addetti alla “Judenoperation” nell’area del ghetto, dove ancora abitavano molti ebrei romani. Il centro della storia e della cultura ebraiche a Roma stava per vivere il suo giorno più atroce.

«Era sabato mattina, festa del Succot, il cielo era di piombo. I nazisti bussarono alle porte, portavano un bigliettino dattiloscritto. Un ordine per tutti gli ebrei del Ghetto: dovete essere pronti in 20 minuti, portare cibo per 8 giorni, soldi e preziosi, via anche i malati, nel campo dove vi porteranno c’è un’infermeria», così Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma, ha ricordato quella mattina del 16 ottobre 1943.


Alle 5,30 del mattino di sabato 16 ottobre, provvisti degli elenchi con i nomi e gli indirizzi delle famiglie ebree, 300 soldati tedeschi iniziano in contemporanea la caccia per i quartieri di Roma. L’azione è capillare: nessun ebreo deve sfuggire alla deportazione. Uomini, donne, bambini, anziani ammalati, perfino neonati: tutti vengono caricati a forza sui camion, verso una destinazione sconosciuta. Alla fine di quel sabato le SS registrano la cattura di 1024 ebrei romani.


Per la prima volta Roma era testimone di un’operazione di massa così violenta. Tra coloro che assistettero sgomenti ci fu una donna che piangendo si mise a pregare e ripeteva sommessamente: “povera carne innocente”.


Nessun quartiere della città fu risparmiato: il maggior numero di arresti si ebbe a Trastevere, Testaccio e Monteverde. Alcuni si salvarono per caso, molti scamparono alla razzia nascondendosi nelle case di vicini, di amici o trovando rifugio in case religiose, come gli ambienti attigui a S. Bartolomeo all’Isola Tiberina.


Alle 14 la grande razzia era terminata. Tutti erano stati rinchiusi nel collegio Militare di via della Lungara. Le oltre 30 ore trascorse al Collegio Militare prima del trasferimento alla Stazione Tiburtina furono di grande sofferenza, anche perché gli arrestati non avevano ricevuto cibo. Tra di loro c’erano 207 bambini. Due giorni dopo, lunedì 18 ottobre, i prigionieri vengono caricati su un convoglio composto da 18 carri bestiame in partenza dalla Stazione Tiburtina. Il 22 ottobre il treno arriva ad Auschwitz.

Dei 1024 ebrei catturati il 16 ottobre ne sono tornati solo 16, di cui una sola donna, Settimia Spizzichino. Nessuno degli oltre 200 bambini è sopravvissuto.


Nel biennio 1943-1945 le perdite della popolazione ebraica in tutta Italia furono all’incirca 7750, pari al 22% del totale della popolazione ebraica nel nostro Paese.


Fonte:
Romacivica.net

martedì 25 settembre 2012

RAV DI SEGNI, il rabbino ratzingeriano


Sulla rivista “Terrasanta” promossa dalla Custodia di Terra Santa in Italia, senza peraltro esserne organo ufficiale, è uscita un’ampia intervista al rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, raccolta da Manuela Borraccino e riportata in parte su terrasanta.net.

A differenza del predecessore Elio Toaff, il rabbino Di Segni è noto per la ruvida franchezza con cui si rapporta alla Chiesa cattolica: un’ultima volta in occasione delle modifiche apportate alla didascalia su Pio XII nel museo della Shoah, a Gerusalemme.

Ma proprio per questo sono ancor più interessanti le notazioni di apprezzamento che egli riserva al papa attuale, più che al papa precedente.

Intanto, Di Segni non nasconde che per la visita compiuta da Benedetto XVI alla sinagoga di Roma “abbiamo ricevuto reazioni molto differenti da parte delle comunità ebraiche in giro per il mondo: alcuni ci hanno applaudito, altri ci hanno riservato critiche feroci”.

Poi così prosegue:

“Occorre innanzitutto considerare la personalità di questo papa: Joseph Ratzinger appartiene a un gruppo di teologi per i quali il legame con l’ebraismo è una questione di primaria importanza. E questo non è affatto scontato: molti teologi non condividono questa sua linea. Ho l’impressione che il papa guardi al dialogo con il mondo ebraico con assoluto rispetto: senza tenere conto di questo aspetto non si potrebbe comprendere l’insistenza sua e nostra sulle differenze fra di noi, che ad un esame superficiale potrebbe apparire fin troppo oppositiva. È difficile tradurre in atti mediatici questo rapporto di reciproco rispetto: diciamo che con questo papa siamo in rapporti di buon vicinato, lontani da quegli slanci mediatici di entusiasmo che si erano visti con Giovanni Paolo II e che, a mio avviso, non erano privi di una certa ambiguità”.

E all’intervistatrice che gli chiede “a cosa si riferisce in particolare”, risponde:

“Penso ad esempio al dibattito sul significato della definizione di ‘fratelli maggiori’, penso ai rischi di sincretismo in incontri come quello di Assisi, penso alla beatificazione di Edith Stein e al vero e proprio filone editoriale nato intorno al valore esemplare per la Chiesa della sua conversione… Direi che con l’attuale papa siamo in una fase diversa e molto particolare di un percorso di convivenza e vicinato”.

Più che un problema politico – sottolinea Di Segni in un altro passaggio dell’intervista – “c’è un problema teologico profondo, che contrappone da molti secoli la Chiesa e il mondo ebraico. È questo, a mio avviso, che dovrebbe entrare a pieno titolo fra i temi del dialogo”.

Fonte: Magister.blogautore.espresso
A proposito dell’ambiguità rilevata dal rabbino Di Segni dell’espressione “fratelli maggiori”, è illuminante questo passaggio del libro-intervista di Benedetto XVI “Luce del mondo”:

“L’espressione ‘fratello maggiore’, già utilizzata da Giovanni XXIII, non è particolarmente bene accolta dagli ebrei perché nella tradizione ebraica il ‘fratello maggiore’, ovvero Esaù, è anche il fratello abietto. La si può comunque utilizzare perché esprime qualcosa di importante. Ma è giusto che essi siano anche i nostri ‘Padri nella fede’. E forse quest’ultima espressione descrive con maggiore chiarezza il nostro rapporto”.

Di Sandro Magister