lunedì 11 settembre 2017

“Possa il suo ricordo essere benedetto” Zikronò Livrachà,

Comunità Ebraica di Roma



In occasione del cinquantesimo anniversario dalla scomparsa,
ricordiamo

Elena Ravenna z.l.
(Zikronò Livrachà, “Possa il suo ricordo essere benedetto”)
Direttrice della Scuola Ebraica Vittorio Polacco dal 1928 al 1964

Saluti
Riccardo Di Segni, Rabbino Capo della Comunità Ebraica di Roma
Ruth Dureghello, Presidente della Comunità Ebraica di Roma

Interviene
Milena Pavoncello
Coordinatrice delle attività didattiche ed educative
della Scuola Primaria Ebraica Vittorio Polacco
“Costruire, difendere, ricostruire:
Elena Ravenna direttrice della scuola ebraica in due epoche”

Porteranno la loro testimonianza
Emma Alatri, Andrea Lattes, Marta Lattes

Modera
Silvia Haia Antonucci, responsabile dell’Archivio Storico
della Comunità Ebraica di Roma “Giancarlo Spizzichino”


Mercoledì 13 settembre 2017, ore 17.00
Palazzo della Cultura, via del Portico d’Ottavia 71, Roma

martedì 5 settembre 2017

PROGRAMMA/Giornata Europea della Cultura Ebraica: Roma e Lazio

Dal 10/09/2017 11:48 al 11/09/2017 00:01

Storia, luoghi e tradizioni degli ebrei attraverso centinaia di eventi tra visite guidate a sinagoghe, musei e quartieri ebraici, spettacoli, mostre, concerti, degustazioni kasher e altri appuntamenti culturali, è l'XVIII Giornata Europea della Cultura Ebraica che tra Roma, Ceprano, Fiuggi e Fondi domenica 10 settembre attraverso il tema "La Diaspora. Identità e dialogo" si racconterà un pezzo di storia del nostro paese.
L'evento, giunto alla diciottesima edizione, è coordinato e promosso nel nostro Paese dall'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, parte di un network internazionale al quale aderiscono quest'anno trentacinque Paesi europei.
ROMA avrà luogo un fitto programma di eventi nell'antico quartiere ebraico e in altre suggestive location cittadine.
Si parte al mattino con le visite guidate, in italiano e inglese, al Tempio Maggiore, al Tempio Spagnolo e al Museo Ebraico (ingresso in Via Catalana/Largo XVI ottobre), a partire dalle ore 10.00 e fino alle 18.00. Sono inoltre previste visite all'ex Ghetto, dalle 11.00 alle 17.00. Visite guidate anche all'antica Sinagoga di Ostia Antica, risalente al II secolo, sita nel complesso archeologico, alle ore 12.30.

Iniziative si terranno anche alla Casina dei Vallati (Via del Portico d'Ottavia, 29), sede della Fondazione Museo della Shoah, con l'inaugurazione, alle 10.30, della mostra fotografica "Vedere l'altro, vedere la Shoah" a cura di Paolo Coen. Intervengono Mario Venezia, presidente della Fondazione Museo della Shoah, Ruth Dureghello, presidente della Comunità Ebraica di Roma, Donata Levi dell'Università degli Studi di Udine.

Segue, alle 17.00, la presentazione delle collane "La Memoria e la Storia", a cura di Paolo Coen e "Il tempo, la storia, la memoria", a cura di Clara Ferranti e Paolo Coen. Previsti i saluti di Mario Venezia, di Giorgia Calò, Assessore alla Cultura ed Archivio Storico della Comunità Ebraica di Roma, di Luciano D'Amico, Magnifico Rettore dell'Università di Teramo, di Francesco Adornato, Rettore dell'Università di Macerata, di Giuseppe Passarino, Pro-Rettore alla Ricerca dell'Università della Calabria. Intervengono Franco de Renzo e Giovanni Quer. Modera Roberto Finzi.

Alle 13.15, laboratorio artistico "My hebrew letter" nei locali di Via Publicolis, 47, per imparare le lettere dell'alfabeto ebraico nella Diaspora, con Gabriele Levy.

Presso la Galleria d'Arte Moderna Simone Aleandri (Piazza Costaguti, 12), alle 18.30 si inaugura la mostra fotografica, allestita con le foto vincitrici del concorso "Esodi. Ebrei di Libia, dalla fuga a oggi". La serie di appuntamenti della Giornata si concludono al Palazzo della Cultura (Via del Portico d'Ottavia, 71), con una serie di incontri.

Alle 19.00, dialogo sul tema "Gerusalemme/Roma/Gerusalemme. Culture, storie e tradizioni ebraiche a Roma", con il Rabbino Capo di Roma Riccardo Di Segni, Claudia Fellus, Gabriella Yael Franzone, Giulia Mafai, Nicolò (Miki) Sagi Schlesinger, modera Claudio Procaccia.

Segue, alle 20.00, la presentazione del libro di Domitilla Calamai e Marco Calamai De Mesa "La mantella rossa", con intervento del giornalista e scrittore Pierluigi Battista e con gli autori.

Si chiude, alle 21.30, con il concerto "Kan uMakan. C'era una volta… Tripoli e dintorni", con la cantante Miriam Meghnagi, accompagnata da Carlo Cossu (violino e vocal overtones), Nicola Puglielli (chitarra ed effetti), Simone Pulvano (tamburi a cornice, riq, darbuka, cajon) e Saleh Tawil ('ud e voce).

Appuntamenti si svolgeranno anche al Centro Ebraico Il Pitigliani (Via Arco de' Tolomei, 1), dalle 11.30 alle 16.30, con l'evento "Essere ebreo a New York da Varsavia", conversazioni sulle diverse declinazioni dell'ebraicità. Alle 11.3', si parla di Varsavia con Lucyna Gebert, Olek Mincer e Marta Saracyn. Dopo il pranzo a tema, si parlerà di New York con Hanna Acanfora Torrefranca, Laurie Kalb e Michael Orbach.

A Roma, la Giornata Europea della Cultura Ebraica inizia in concomitanza con la Notte della Cabbalà e con il Festival di Letteratura e Cultura Ebraica, la quattro giorni di incontri culturali che si svolge al Portico d'Ottavia.

Diverse iniziative sono previste nel basso Lazio.
Si parte da CEPRANO (FR), con visite guidate alla scoperta dell'antica presenza ebraica di Ceprano, dalle ore 10.00 alle ore 13.00 e dalle ore 16.00 alle 19.00. Punto di partenza e ritrovo in Piazza Martiri di Via Fani.
Un articolato programma è previsto a FIUGGI (FR), dove si parte già sabato 9 settembre, alle ore 21.30, presso Villa Besso (Via E. Besso), con il racconto di una famiglia in Diaspora, nel libro "Un aschenazita tra Romania ed Eritrea" di Dova Cahan. Interverrà l'autrice, intervistata da Pino Pelloni.

Domenica 10 settembre, alle ore 10.00, presso la Sala Consiliare del Palazzo comunale (Piazza Trento e Trieste), presentazione del libro "Ebreo chi? Sociologia degli ebrei italiani" di Giorgio Pacifici, e assegnazione del premio Menorah di Anticoli, alla figura di Herscu Saim Cahan, che ritirerà la figlia Dova Cahan.
Iniziative anche a FONDI (LT), dove alle 10.00 si aprirà la Giornata con i saluti del Sindaco Salvatore De Meo e dell'Assessore alla Cultura Beniamino Maschietto, e con interventi di Lucio Biasillo, Crescenzo Fiore, Giovanni Pesiri.
A seguire, visite guidate dell'ex quartiere ebraico ("Giudea"), con partenza da Piazza Elio Toaff, e visita al locale Museo Ebraico.

Per maggiori informazioni: www.ucei.it/giornatadellacultura

Giornata Europea della Cultura Ebraica

Tra identità e dialogo

di Noemi Di Segni, Presidente Unione Comunità Ebraiche Italiane

La Giornata Europea della Cultura Ebraica coinvolgerà quest’anno, in Italia, ben ottantuno località da nord a sud, dove si terranno centinaia di appuntamenti culturali. Un evento promosso con crescente successo dall’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, a testimoniare la diffusa richiesta di conoscenza e approfondimento sull’ebraismo, che da diciotto anni tentiamo di soddisfare con una grande manifestazione di apertura e partecipazione. Un appuntamento importante, in un periodo nel quale la necessità di costruire percorsi di dialogo tra le diverse fedi che compongono il mosaico culturale della nostra società è sempre più stringente.
L’edizione 2017 si presenta con un tema forte e incisivo, che accomuna le iniziative nei trentacinque Paesi europei che aderiscono, dal titolo “Diaspora: Identità e dialogo”.
Questo tema pone subito al centro dell’attenzione l’importanza della Terra d’Israele, verso la quale il popolo ebraico si incammina nel lungo esodo dall’Egitto, e verso la quale continuerà a guardare nei millenni a venire. Lo sguardo verso Israele caratterizza infatti la vita ebraica in Diaspora (che in ebraico si chiama “galuth”, “esilio”): un fenomeno questo che richiama gran parte del vissuto del popolo ebraico, costretto a vivere in tanti Paesi diversi a seguito della dispersione iniziata con la distruzione del Primo Tempio ad opera dei Babilonesi nel 586 a.e.v., e reiterata con la distruzione del Secondo Tempio e la presa di Gerusalemme da parte dei Romani nel 70.

Ulteriori passaggi, che in modo ancora diverso hanno perpetuato la Diaspora, sono stati la cacciata dalla Spagna nel 1492, e i diversi altri esili, di maggiore o minore entità, che hanno costretto gli ebrei a fuggire periodicamente da Paesi e aree geografiche. Fino ad arrivare alla cacciata dai Paesi arabi a seguito della Guerra dei Sei Giorni, un esodo pressoché dimenticato avvenuto appena cinquant’anni fa, che vide l’espulsione di centinaia di migliaia di persone da luoghi in cui vivevano da secoli.

Viene da chiedersi dove abbia portato questo lungo, doloroso, travagliato percorso. Di sicuro, al dipanarsi di una peculiare vicenda umana, quella di un popolo privato della sua Terra per quasi due millenni, ma che è riuscito a rimanere straordinariamente coeso intorno a un Libro, la Torah, dal quale proviene la propria concezione religiosa, etica e filosofica della vita. Non più solo una Terra in cui risiedere, dunque, ma un “luogo ideale” a cui anelare e sul quale concentrare preghiere e speranze, guidati dallo studio della Torah, da cui deriva poi il corposo insieme della tradizione orale, nella vita quotidiana e religiosa in terre vicine e lontane.

Il fenomeno ha coinvolto profondamente anche l’Italia, e in particolar modo il Meridione. Dove comunità ebraiche risiedevano da tempi molto antichi, dove esistevano una gran quantità di importanti centri di vita ebraica e di studio, e da dove furono espulsi sul finire del XV secolo, a causa degli editti dei regnanti spagnoli Isabella di Castiglia e Ferdinando d’Aragona, i cui domini comprendevano buona parte del sud Italia.

Solo oggi, dopo molto tempo, l’ebraismo al sud sta vivendo un processo di graduale rinascita, di cui siamo molto felici. Pochi mesi fa, a Palermo, la locale Diocesi ha messo a disposizione dell’attivo e vivace gruppo degli ebrei palermitani un ex Oratorio, Santa Maria del Sabato, per farlo diventare una Sinagoga. Una notizia che abbiamo accolto con grande approvazione, e che ci ha spinto a scegliere la Sicilia quale luogo centrale delle iniziative di quest’anno, e Palermo quale città dove inaugurare la manifestazione.

Una diffusa richiesta di approfondimento, si diceva. Che percepiamo chiaramente, perché la storia ebraica, al sud come al nord, è parte integrante della storia d’Italia. Ed è evidente l’interesse di tante persone, che siamo lieti di poter accompagnare alla scoperta di una Sinagoga, di un museo o per le strade di un antico quartiere ebraico.

Un interesse che è per noi un segnale bello e importante, da ricordare ogni volta che leggiamo notizie allarmanti relative al pregiudizio e al razzismo, anche nei confronti dei migranti che con occhi pieni di speranza approdano sulle nostre coste. Con quali terribili difficoltà attraversano mari e deserti? Cosa trasmettiamo loro, del nostro lungo vissuto? E come si pongono le nostre Istituzioni, nazionali ed europee, di fronte a questa immensa sfida?
Siamo di fronte a un fenomeno epocale, che ci costringe a confrontarci con il rispetto per l’Altro, con l’importanza di imparare la convivenza nella “diversità”.

Anche una manifestazione come la Giornata, allora, può fare la sua parte. Perché siamo convinti che la diffusione della cultura sia il principale strumento per contrastare il periodico riemergere di antiche violenze e di nuovi estremismi. Nell’idea che la società contemporanea non possa fare a meno della pluralità delle sue voci e delle sue culture, provenienti da tanti luoghi diversi.

Noemi DI Segni


venerdì 1 settembre 2017

Ebraismo e Chiesa Cattolica a cinquant'anni dalla Nostra Aetate

“Cattolici: alleati, amici, fratelli” 
Lo storico documento dei rabbini

Pubblicato in Attualità il ‍‍31/08/2017 - 9 אלול 5777
Un passo storico, a distanza di cinquant’anni dalla Nostra Aetate, nell’impegno del Dialogo tra Ebraismo e Chiesa cattolica è stato fatto nelle scorse ore. Il documento (clicca qui per scaricarlo) presentato oggi in Vaticano a papa Bergoglio da una delegazione formata da tre delle principali istituzioni rabbiniche internazionali – la Conferenza dei rabbini europei, il Rabbinato centrale d’Israele, il Consiglio rabbinico d’America – ha infatti un valore fondamentale nei rapporti tra le due realtà. Per la prima volta infatti il rabbinato ortodosso internazionale ha dato un risposta unitaria sul tema del Dialogo interreligioso con la Chiesa cattolica. “Nonostante le inconciliabili differenze teologiche, noi ebrei consideriamo i cattolici come nostri partner, come stretti alleati, amici, fratelli nella comune ricerca di un mondo migliore che sia benedetto dalla pace, dalla giustizia sociale e dalla sicurezza”, si legge nel documento intitolato “Tra Gerusalemme e Roma – Riflessioni sui 50 anni dalla Nostra Aetate” e consegnato al pontefice dalla delegazione di cui facevano parte, tra gli altri, rav Pinchas Goldschmidt, rabbino capo di Mosca e presidente della Conferenza dei rabbini europei, il vicepresidente e rabbino capo di Roma rav Riccardo Di Segni, rav Ratzon Arusi, presidente della Commissione del Rabbinato centrale d’Israele per i Rapporti religiosi, rav Elazar Muskin, presidente del Consiglio rabbinico d’America.

Nel testo, da una parte si ricordano le sofferenze patite per secoli dalla minoranza ebraica a causa dell’antisemitismo di matrice cristiana, dall’altra i grandi passi avanti fatti dalla Chiesa nel riconoscere le proprie responsabilità, culminate nella Nostra Aetate (1965): dichiarazione con cui cinquant’anni fa la Chiesa “ha iniziato un processo di introspezione che ha sempre più spogliato la sua dottrina da qualsiasi ostilità verso gli ebrei, consentendo di far crescere fiducia e amicizia tra le nostre rispettive comunità di fede”, si legge nel documento dei rabbini. “È stato un momento di valenza storica – spiega a Pagine Ebraiche rav Goldschmidt – Mai prima d’ora all’interno del mondo ortodosso si è era dimostrata una tale trasversale unità, con la partecipazione dell’Europa, d’Israele e America, sul tema del dialogo con la Chiesa”. Nel documento – su cui c’è stato un lavoro di due anni- presentato a Bergoglio non si parla solo del passato e dei passi avanti fatti, ma si guarda anche al futuro. “La libertà religiosa è sempre più minacciata ed ebrei e cattolici hanno un doppio fronte comune contro cui combattere: da una parte l’estremismo secolare dall’altro quello religioso”, prosegue il presidente della Conferenza dei rabbini europei, citando da una parte quei movimenti xenofobi che colpiscono le libertà religiose e confondono ad esempio l’Islam come religione con il radicalismo, dall’altra proprio la minaccia della versione estremizzata e distorta dell’Islam, “che fa vittime in Medio Oriente e in tutto il mondo”.

“Il documento rappresenta la possibilità di fare insieme alla Chiesa delle cose concrete nel mondo”, spiega poi rav Di Segni, tra i protagonisti dell’incontro con Bergoglio in mattinata. Incontro che il rav definisce “molto cordiale”. “Ma quello che è importante è ciò che c’è dietro: una parte molto rilevante dell’ebraismo ortodosso ha trovato un accordo e prodotto un testo condiviso sul Dialogo, riparando anche a documenti usciti in passato che contenevano aspetti discutibili dal punto di vista dottrinale”. Il rabbino capo della Capitale rileva poi come la risposta ebraica alla Nostra Aetate sia importante perché “la produzione in campo ebraico sul tema del rapporto con la Chiesa è decisamente minore rispetto a quella nella direzione opposta (la produzione della Chiesa in merito al rapporto con l’ebraismo)”. “La distanza teologica c’è e non può essere colmata”, ribadisce il rav, sottolineando d’altra parte che questa non è un ostacolo per agire su altri fronti.

Sull’altro versante, quello cattolico, è padre Norbert Hofmann, segretario della Commissione per i rapporti religiosi con l’Ebraismo, ha raccontare le sue impressioni. “Da parte nostra questo documento è stato accolto con grande calore, come un piccolo miracolo. Mai prima d’ora tre organizzazioni rabbiniche ortodosse avevano parlato in modo unitario e così positivo della promozione del Dialogo. Leggere parole come ‘stretti alleati, amici, fratelli’ è molto importante”. Durante l’incontro Bergoglio ha ricordato come il documento “ riconosce che ‘nonostante profonde differenze teologiche, Cattolici ed Ebrei condividono credenze comuni’ e ‘l’affermazione che le religioni devono utilizzare il comportamento morale e l’educazione religiosa – non la guerra, la coercizione o la pressione sociale – per esercitare la propria capacità di influenzare e di ispirare’. È tanto importante questo: possa l’Eterno benedire e illuminare la nostra collaborazione perché insieme possiamo accogliere e attuare sempre meglio”. E del contributo di Bergoglio nei rapporti con il mondo ebraico, parla invece rav Ratzon Arusi, presidente della Commissione del Rabbinato centrale d’Israele per i Rapporti religiosi, che ricorda le parole del pontefice sul moderno antisemitismo. “Bergoglio ha riconosciuto la nuova forma di antisemitismo, ovvero quella diretta ad attaccare e delegittimare Israele”, ha spiegato rav Arusi, rimarcando l’importanza di questo passaggio. “Il nostro impegno con la Chiesa deve poi fare i modo di mobilitare più persone possibili – aggiunge Arusi – affinché cessi questo odio costante verso l’altro, verso lo straniero”.

Daniel Reichel @dreichelmoked



(31 agosto 2017)

mercoledì 16 agosto 2017

La Stele di Merneftah

Succede oggi al Cairo
Angela Polacco Lazar
Stele di Merneftah

La Stele di Merneftah e' l'unico riferimento extrabiblico che si riferisce a ISRAELE.
Al Cairo le autorità del Museo ( e politiche), hanno deciso di cancellare nelle didascalie che spiegano la storia di questo reperto, ogni riferimento al termine geroglifico che si riferisce a Israele. La motivazione : non rendersi complici della storia inventata dai sionisti per giustificare a fini propagandistici la loro presenza in questa parte di mondo!
Secondo gli studiosi, il faraone Merneftah era il 13° figlio di Ramses II e regnò all’incirca dal 1212 al 1202 a.E.V., verso la fine del periodo dei giudici in Israele. Nelle ultime due righe della stele si legge: “Canaan è privato di ogni sua malvagità; Ashqelon è deportato; ci si è impadroniti di Ghezer; Yanoam è come se non fosse più; Israele è annientato e non ha più seme”.
Il saggista Hershel Shanks così si esprime circa l'importanza di questa iscrizione : “La stele di Merneptah mostra che nel 1212 a.E.V. esisteva un popolo chiamato Israele, e che il faraone d’Egitto non soltanto lo conosceva, ma riteneva pure un vanto il fatto di averlo sconfitto in battaglia”. William G. Dever, docente di archeologia del Vicino Oriente, commenta: “La stele di Merneptah dichiara inequivocabilmente: In Canaan esiste un popolo che chiama se stesso ‘Israele’ e che quindi è chiamato ‘Israele’ dagli egiziani, i quali in fin dei conti non sono certo influenzati dal testo biblico e non possono avere inventato questo specifico popolo chiamato ‘Israele’ unicamente per i propri scopi propagandistici”.
Nella Tora'- Pentateuco il termine “Israele” compare per la prima volta quando questo nome viene dato al patriarca Giacobbe. I discendenti dei 12 figli di Giacobbe furono chiamati “i figli d’Israele”. (Genesi 32:22-28, 32; 35:9, 10) Anni dopo, sia Mosè che il faraone d’Egitto usarono il termine “Israele” per indicare i discendenti di Giacobbe. (Esodo 5:1, 2)

a cura di Vittoria Scanu

venerdì 30 giugno 2017

Shelàkh: Il tekhèlet e il ritorno dall’esilio // di Micol Mieli



La parashà di Shelàkh si conclude con la mitzvà del Tzitzìt, come è scritto: “Parla ai figli d’Israele e dirai loro di farsi delle frange agli angoli delle loro vesti per le loro generazioni e mettano sulla frangia dell’angolo un filo di lana di color tekhèlet(azzurro). Queste saranno le vostre frange e quando le vedrete, ricorderete tutte le mitzvòt dell’Eterno per osservarle . E non andrete errando dietro al vostro cuore e ai vostri occhi, che vi hanno condotto a immoralità (Bemidbàr, 15:38-39).

Rashi (Troyes, 10149-1105) nel suo commento scrive che la Torà menziona il cuore e gli occhi perché gli occhi vedono, il cuore brama e il corpo commette le trasgressioni. 

Il Maimonide (Cordova, 1138-1204, Il Cairo) nella Guida dei Perplessi (I:39) per spiegare il significato della parola “cuore” nella Torà, scrive: “Lev” (cuore) è un termine equivoco. Denota il cuore, cioè quell’organo del corpo nel quale si trova la vitalità di ogni essere che ha un cuore […]. Il termine è usato in modo figurativo per designare il centro di ogni cosa […]. È anche un termine che denota il pensiero […]. E in questo senso è detto “E non andrete errando dietro il vostro cuore” che significa “non seguirete i vostri pensieri”.   

Il Nachmanide (Gerona, 1194-1270, Acco) nel suo commento scrive che le parole “Non andrete errando dietro ai vostri occhi e ai vostri cuori” vengono per avvertire di non uscire dalla retta via. Egli cita il Midràsh Sifrì (15:70) nel quale i Maestri insegnano che l’espressione “il vostro cuore” denota l’eresia e le parole “che vi hanno condotto a immoralità” denotano ‘avodà zarà (culto estraneo, idolatria). E “dietro ai vostri occhi” è la fornicazione.

R. Chayim Volozhin (Belarus, 1749-1821), che fu il principale discepolo del Gaon di Vilna, nel commento ai Pirkè Avòt (Massime dei Padri, 3: 1) afferma che i colori bianco e azzurro dei tziztiòt hanno un significato allegorico (rèmez). Il colore bianco è un rèmez delle mitzvòt proscrittive, di quelle che ci proibiscono di fare qualcosa, e prende spunto dal versetto di Kohèlet che dice: “I tuoi vestiti siano sempre bianchi” (Ecclesiaste, 9:8), cioè puliti, senza peccato. Il colore azzurro si riferisce alla mitzvòt prescrittive, a quelle che ci obbligano a fare qualcosa. Da quando i bizantini distrussero le fabbriche di tekhèlet sulla costa di Eretz Israel e il colore tekhèlet non è disponibile, il segno che ci ricorda le mitzvòt prescrittive sono i tefillìn che si posano sulla testa.

R. Joseph Beer Soloveitchik (Belarus, 1903-1993, Boston), discendente di R. Chayim Volozhin, nel volume appena pubblicato di Mesoràs Harav su questa parashà, afferma che i colori bianco e blu rappresentano l’approccio dell’uomo nei propri confronti e nei confronti del mondo che lo circonda. In modo simbolico il colore bianco rappresenta chiarezza e razionalità. Il profeta Yesha’yà riferendosi alla forza dellaTeshuvà e al perdono divino, parla del colore bianco come simbolo di purezza: “Anche se i vostri peccati fossero come lo scarlatto, diventeranno bianchi come la neve; anche se fossero rossi come la porpora, diventeranno come la lana (Isaia, 1:18). Nel linguaggio talmudico la parola aramaica per “bianco” è “chavar” o “mechuvar” che significa “chiaro” o “dimostrato”.
Il colore tekhèlet è tutto il contrario.  I maestri nel Talmud babilonese (Sotà, 17a) insegnano che “Il tekhèlet assomiglia al mare,  il mare assomiglia al cielo e il cielo assomiglia al trono celeste”. Il colore tekhèlet rappresenta la distanza e l’irraggiungibilità. Il cielo blu è molto distante. Il mare blu è vasto e senza fine e il trono divino è di là dell’universo. I Maestri denotano con tekhèlet tutto quello che non possiamo raggiungere, che è al di là del nostro controllo e che per noi è  misterioso. Mentre il colore bianco rivela quello che è chiaramente percettibile, il tekhèlet si riferisce a una sfera che può essere compresa solo vagamente.
Nella nostra vita privata abbiamo tutti dei periodi in cui tutto è razionale, ben pianificato e prevedibile, nei quali abbiamo l’impressione di controllare gli eventi. Vi sono invece altri periodi nei quali quello che accade è misterioso e ci lascia perplessi. La dura realtà ci appare talvolta bizzarra e irrazionale. Ci lascia stupefatti, scioccati  e senza spiegazioni. Questo è il tekhèlet dell’esperienza umana. Se la storia ebraica fosse controllata dal colore bianco, non avremmo bisogno di combattere per la terra d’Israele. Dal punto di vista della ragione e della geografia i nostri sforzi contro probabilità imprevedibili sono roba da pazzi. Costruire una patria in mezzo a un mare di gente che ci odia non è una cosa razionale. Con tutto ciò noi combattiamo perché questa terra ci è stata promessa quattromila anni fa. Solo un popolo sostenuto dal tekhèlet può essere motivato a ricostruire uno stato dopo duemila anni di esilio.




Shelàkh: Il tekhèlet e il ritorno dall’esilio
in: Blog/News | Pubblicato da: Micol Mieli

della Comunità Ebraica di Roma

mercoledì 28 giugno 2017

Il Credo ebraico - Confessione di fede di Mosè Maimonide

Ciò che gli ebrei credono


1. Io credo con fede piena che il Creatore, sia benedetto il suo nome, ha creato e guida tutte le creature; e lui solo ha fatto, fa e farà ogni cosa.
2. Io credo con fede piena che il Creatore, sia benedetto il suo nome, è unico e che in nessun modo esiste unità come la sua e che lui solo fu, è e sarà il nostro Dio.
3. Io credo con fede piena che il Creatore, sia benedetto il suo nome, è incorporeo e che non ha determinazioni corporee e non ha alcuna figura.
4. Io credo con fede piena che il Creatore, sia benedetto il suo nome, è il primo e I’ultimo.
5. Io credo con fede piena che il Creatore, sia benedetto il suo nome, è il solo a cui rivolgere la preghiera e che non si deve pregare nessuno al di fuori di lui.
6. Io credo con fede piena che  tutte le parole dei profeti sono verità.
7. Io credo con fede piena che la profezia di Mosè, nostro maestro, su di lui sia la pace, è stata veritiera e che egli è stato il più grande dei profeti, sia quelli prima di lui sia quelli dopo di lui.
8. Io credo con fede piena che tutta la Torà, ora in nostro possesso, è quella data a Mosè, nostro maestro, su di lui sia la pace.
9. Io credo con fede piena che questa Torà non sarà mutata e che non ci sarà un’altra Torà data dal Creatore, sia benedetto il suo nome.
10. Io credo con fede piena che il Creatore, sia benedetto il suo nome, conosce ogni azione degli uomini e ogni loro pensiero, come è detto: “Lui solo ha plasmato il loro cuore e conosce tutte le loro opere”.
11. Io credo con fede piena che il Creatore, sia benedetto il suo nome, compensa coloro che osservano i suoi precetti e punisce coloro che trasgrediscono i suoi precetti.
12. Io credo con fede piena nella venuta del messia, e anche se egli tarda, con tutto ciò lo attenderò ogni giorno finché verrà.
13. Io credo con fede piena che i morti torneranno a vivere, quando lo deciderà il Creatore, sia benedetto il suo nome.

Sia benedetto il suo nome e sia esaltata la sua menzione per tutti i secoli dei secoli. 

Confessione di fede di Mosè Maimonide



domenica 25 giugno 2017

il "Sacro" nell'ebraismo/ di Rav Elio Toaff

Per poter comprendere la posizione dell'ebraismo riguardante la concezione del sacro in generale e della sacralità dello spazio in particolare è necessario rifarsi soprattutto alla Bibbia. 
E' qui infatti che si ritrova il concetto di sacro riferito ad ambiti diversi.

Nel libro dell'Esodo troviamo esempi assai illuminanti a proposito del significato che ha il luogo dello spazio sacro. E' noto come nel secondo capitolo di quel libro viene riferito il famoso episodio relativo alla rivelazione della Divinità a Mosè attraverso il "roveto ardente". Ebbene ad un certo punto si dice: "Togliti le scarpe dai tuoi piedi perché il luogo dove tu stai è uno spazio sacro". Secondo l'esegesi più ricorrente, questo luogo sarebbe da identificare con il monte Sinai, il luogo ove successivamente sarebbe avvenuta la teofania e la promulgazione della Torà, la Legge morale. Appare assai indicativo come la coscienza della sacralità del luogo, non sia sfociata in un particolare rapporto con quello stesso spazio. Si direbbe che il luogo, assolto il suo ruolo di ospitare la rivelazione divina, sia ritornato alla sua naturale normalità. Da qui e da altri esempi, si può dedurre come l'ebraismo, a differenza di altre religioni non concepisca la sacralità dello spazio, ovvero qualcosa dotato di particolari influenze oppure ritenuto medium di particolari rapporti soprannaturali.

Invece il luogo mantiene una certa "specialità" tutto ii tempo che quello è chiamato a
svolgere un determinato ruolo oppure partecipa ad un evento straordinario carico di valenza spirituale e religiosa. I luoghi sono tuttavia meritevoli di rispetto, dignità ed onore per quello che essi rappresentano e non hanno quindi un valore intrinseco e totemico.

Al contrario, l'ebraismo sente molto forte la sacralità legata al tempo, ovvero la dimensione particolare che hanno certi momenti riguardanti la celebrazione delle festività e delle solennità del calendario ebraico.

Insegnano i Maestri ebrei che tre persone riunite insieme e che ragionano intorno a cose sacre, la divinità si trova in mezzo a loro; così pure dieci persone che si riuniscono costituiscono tutti insieme una "sacra comunità"nucleo iniziale e fondamentale della società.

Racconta un apologo ebraico che dal momento in cui è stato distrutto il Santuario di 
Gerusalemme, che agli occhi di ogni individuo simboleggiava la presenza del divino in mezzo agli uomini, la stessa divinità si ritrova attualmente in ogni casa di studio e di preghiera, come a dire che la sacralità dello spazio avviene grazie all'approfondimento e alla meditazione intorno agli argomenti di per sé sacri. 

Rav Elio Toaff

lunedì 5 giugno 2017

AccaddeOggi:Roma/Tempio Maggiore-5 giugno 1944/5 giugno 2017


Il 5 giugno del 1944, all'indomani della Liberazione di Roma, il soldato americano Aron Colub ruppe i sigilli che erano stati posti al Tempio Maggiore dai nazisti. Quattro giorni dopo, ripresero le funzioni religiose nella commozione di una Comunità dilaniata dalle persecuzioni e dalle deportazioni nazifasciste. 

Oggi la Comunità ebraica di Roma è la più numerosa e florida d'Italia, attaccata alle tradizioni, alla cultura e alla religione anche più di prima. Oggi la Comunità ebraica di Roma ha quintuplicato il numero di sinagoghe presenti nella Capitale, luoghi dove le preghiere predicano la pace e la cultura è protagonista.



A cura di Vittoria Scanu 

lunedì 29 maggio 2017

Shavuòt (6 Sivan 5777 – 31 maggio 2017) di Antonio Tirri

Buona festa di Shavuòt !

LA LUCE DELLA TORA'
Shavuòt, festa della Rivelazione, tempo in cui ci fu data la Torà, è la consacrazione d’Israele a Sacerdote del mondo perché diffonda quelle Dieci Parole ascoltate nel deserto che, ancora oggi immutate, sono le leggi della morale universale. Consci di questa missione, auguriamoci che la luce della Torà illumini il buio di questo nostro mondo e di questo nostro vivere sedotto dall’indifferenza, dal potere e dal miraggio della ricchezza, affinché nello studio e nella riflessione si possa trovare la strada che porta alla conoscenza di D-o Benedetto.    Chag Shavuòt Sameach!
Le dieci parole/ I dieci comandamenti
1. Io sono il Signore tuo D-o che ti ho tratto dalla terra di Egitto, dalla casa di schiavi.
2. Non avere altri dèi al Mio cospetto. Non farti scultura né alcuna immagine di ciò che è in cielo al di sopra, o in terra al di sotto, o nell’acqua, che sta al di sotto della terra. Non prostrarti ad esse e non adorarle, perché Io sono il Signore tuo D-o, D-o geloso, che tengo conto della colpa dei padri sui figli e sugli appartenenti alla terza e alla quarta generazione se essi Mi odiano, e che uso benignità fino alla millesima generazione per coloro che Mi amano e osservano i Miei comandi.
3. Non pronunciare il nome del Signore tuo D-o invano, perché il Signore non assolverà colui che pronuncerà il Suo nome invano.
4. Ricorda il giorno del Sabato per santificarlo. Sei giorni lavorerai e farai ogni tua opera, e nel giorno settimo, Shabbat per il Signore tuo D-o, non fare alcun lavoro tu, tuo figlio, tua figlia, il tuo schiavo, la tua schiava, il tuo animale, e il forestiero che è nel tuo paese, perché in sei giorni fece il Signore il cielo, la terra, il mare e tutto ciò che è in essi, e si riposò nel giorno settimo; perciò il Signore tuo D-o benedisse e santificò il giorno di Sabato.
5. Onora tuo padre e tua madre affinché si prolunghino i tuoi giorni sulla terra che il Signore ti dà.
6. Non uccidere.
7. Non commettere adulterio.
8. Non rubare.
9. Non parlare riguardo al tuo compagno come teste falso.
10. Non desiderare di impossessarti della moglie del tuo compagno. Non desiderare di impossessarti della casa del tuo compagno, del suo schiavo, della sua schiava, del suo bue, del suo asino, e di tutto
ciò che appartiene al tuo compagno. (Esodo 20, 2-14)



Dal film: "I DIECI COMANDAMENTI" Mosè riceve le tavole della Legge



A cura di Vittoria Scanu / Per Amore di Gerusalemme


martedì 18 aprile 2017

Elia Benamozegh, nostro contemporaneo.

Elia Benamozegh (Livorno 1823-1900) è uno dei più importanti maestri dell’ebraismo sefardita e italiano. Biblista, talmudista, cabbalista, filosofo della religione, egli è anche uno dei precursori del dialogo ebraico-cristiano.

Il suo interesse per la dimensione universalistica della Torah  è costante ed è grazie a lui che molti hanno conosciuto per la prima volta il noachismo,ossia l’alleanza con l’intera umanità.

Per chi è ancora abituato a contrapporre il Nuovo all’Antico Testamento, le sue opere possono costituire un’introduzione alla tradizione vivente d’Israele, per la quale la Torah scritta è inseparabile dalla Torah orale. Profondo convincimento di Rav Benamozegh era che proprio la Torah sarebbe diventata il luogo d’incontro tra ebrei e cristiani.

In brevi ma densi capitoli, Marco Cassuto Morselli e Gabriella Maestri presentano le sue opere principali, da Spinoza e la Qabbalah a Storia degli esseni, L’origine dei dogmi cristiani, Morale ebraica e morale cristiana e Israele e l’umanità.

Marco Cassuto Morselli ha insegnato Filosofia ebraica e Storia dell’ebraismo presso il Corso di laurea in studi ebraici del Collegio Rabbinico Italiano (Roma). È Vicepresidente dell’Amicizia ebraico-cristiana di Roma.

Gabriella Maestri ha conseguito il Dottorato presso il Pontificio lstituto di Archeologia Cristiana e da molti anni si occupa di ricerche sulle origini cristiane, soprattutto in relazione all’ebraismo.

Insieme hanno curato diversi volumi della sezione ebraico-cristiana di Marietti tra i quali Lettera di Giacomo alle Dodici Tribù nella Diaspora (2011) e Lettera di Paolo ai Romani (2015). Sempre per Marietti Marco Morselli è autore di I passi del Messia. Per una teologia ebraica del cristianesimo (2007).


Progetto: studio grafico Andrea Musso

In copertina: Andrea Musso, L’albero della vita, acquarello su carta, 2010.

venerdì 7 aprile 2017

Una riflessione sulla festa di Pèsach di Antonio Tirri


«Per sette giorni mangerai pane azzimo (…) Durante i sette giorni si mangerà pane azzimo e non apparirà presso di te né pane lievitato né lievito qualsiasi, in tutto il tuo territorio. Tu poi spiegherai a tuo figlio, in quel giorno: “Noi pratichiamo questo culto in onore del Signore per tutto quello che Egli operò in mio favore alla mia uscita dall’Egitto». (Esodo 13, 6-8) 

Lunedì sera, 10 aprile, inizia Pèsach (Pasqua ebraica) con la quale celebriamo la libertà che il Signore volle donarci liberandoci dalla schiavitù d’Egitto, premessa indispensabile per la nascita del popolo libero d’Israele, che sul Sinai ricevette la Legge, con l’obbligo non solo di donarla al mondo, ma anche e soprattutto di non ricadere schiavo di superstizioni, passioni, vizi, o altre divinità (denaro), né di rendere schiavi altri uomini.

Pèsach è la celebrazione della forza di una civiltà che iniziò in quei tempi lontani con l’uscita dall’Egitto; è la celebrazione di un comportamento spirituale e morale sempre attuale, e di un sentimento di umanità che si riassume nell’imperativo etico che D-o dette al popolo ebraico nel deserto: “Ama il prossimo tuo come te stesso”.

Pèsach è un continuo rinnovamento ideale lungo il percorso del pensiero ebraico che vede, nella redenzione finale, la realizzazione del grande sogno: una nuova umanità senza odio, senza guerre, senza dolori, senza nemici, senza tiranni, tutti uniti nella benedizione del Signore.

Nella gioia dell’oggi, concessa da D-o Benedetto, nella speranza del domani, e con il cuore libero di sognare, auguro a tutti un Pèsach Kasher ve-sameach. 

Possa essere un Pèsach di pace, di gioia e di serenità, ma anche di studio e di riflessione affinché si possa trovare la strada che porta alla conoscenza di D-o Benedetto.

Perché risorga
la coscienza della tua missione
e si commuova l’animo
alla nostalgia della famiglia
e al sogno di una terra,
affronta le tue battaglie
con onesta determinazione
contro gli allettamenti
e le seduzioni della vanità,
contro le coercizioni
del violento fanatismo,
e torna purificato
agli antichi ideali
e al sogno
della tua giovinezza.


(Antonio Tirri da “Ascolta, Israele” Giuntina, Firenze 1999)

a cura di Vittoria Scanu


lunedì 3 aprile 2017

PESACH/ Pasqua ebraica

Seder pasquale: il bicchiere di Elia e la libertà.
di Augusto Segre

Haggadot di Pesach


"Nelle sere del Seder vi è nelle nostre case un’aria festosa, come se noi stessi, ci fossimo liberati dalla schiavitù egiziana. La Libertà non ha tempo, non ha limiti, non va cioè calcolata secondo gli anni o i secoli, ma secondo la nostra onesta capacità e sincera volontà di assumere su noi stessi questa grande, immensa responsabilità di renderci liberi e di continuare ad essere  tali per assolvere a tutti i nostri doveri verso Dio e verso gli uomini.

E’ noto a tutti che la sera di Pesach si prepara sul tavolo un quinto bicchiere, che viene chiamato il bicchiere di Elia, il profeta. Secondo la tradizione questo profeta è atteso perché deve venire ad annunciare la Gheullà finale, l’ultima definitiva liberazione da tutto ciò che si oppone alla giustizia e alla pace, a proclamare l’avvento dell’Era Messianica.

E’ interessante notare come i nostri padri abbiano collegato questi due concetti : la libertà dalla schiavitù egiziana con la libertà messianica.
La libertà del singolo porta alla libertà dei popoli e l’opera concorde di tutti i popoli porta e deve portare alla pace universale tanto attesa.

La libertà è sempre stata per tutti la grande necessaria premessa per il raggiungimento della pace universale, dell’Unità degli uomini neIl’Unità di Dio. La pace infatti giungerà per tutte le genti quando ciascun essere umano potrà vivere in libertà ed avere tutto ciò di cui ha bisogno, secondo le sue necessità. La pace, che per essere veramente tale, deve essere universale e duratura sarà realizzata se duratura ed universale sarà la libertà per tutti gli uomini.

Anche quest’anno noi prepareremo con immutata secolare speranza il quinto bicchiere di vino, in attesa dell’illustre ospite.

Non sappiamo esattamente quando, tanto difficile ed aspro è  il nostro cammino, ma sappiamo certamente che egli verrà per portarci questo grande dono del cielo, allorché tutti gli uomini di buona volontà sapranno e vorranno camminare per le vie della Giustizia, e i popoli, tutti concordi, collaboreranno in pace e in armonia, secondo la parola del Signore, per costruire la casa sicura dell’amore e della fratellanza umana".


Schede illustrative del Seder (ordine) di Pesach


Foto delle Haggadot e Schede Illustrative del Seder: di Vittoria Scanu

giovedì 23 marzo 2017

Gerusalemme: città davidica

GERUSALEMME: luna piena

Gerusalemme per i biblisti è riferimento fon­damentale: la lingua ebraica è parlata, si può vivere la cultura giudaica, si possono compren­dere meglio feste come Sukkot, Pasqua, Penteco­ste… Si scopre un popolo ancora vivo che con­tinua a sperimentare la vocazione di Abramo. In secondo luogo, si costata che in Terra Santa è stupefacente, straordinaria per l’archeologia. Si nota che la Scrittura non è semplice composizio­ne di generi letterari, ma testimonianza di una realtà che gli archeologi stanno scoprendo ogni giorno. Uno degli ultimi scavi, ad esempio, ha interessato la città di Magdala, rinvenuta con la sinagoga, il foro, i bagni rituali, il porto, stu­penda meraviglia. Gli Ebrei ne hanno cercato sempre la parte del periodo di Davide, perché interessa dimostrare che la Terra promessa è stata data a loro già in quel periodo… Invece, dei resti dell’epoca del re Davide essi rinvengo­no quelli che riguardano il Figlio di Davide, con documentazione archeologica che si riferisce ai tempi di Gesù, cioè al periodo romano; ancora prima di trovare livelli più antichi. È questo il fascino di stare a Gerusalemme. Ogni anno ci sono scoperte archeologiche e si appura sempre più che il testo della Scrittura appartiene davve­ro alla terra e alla storia d’Israele. E che quindi c’è realmente una storia biblica, come una geo­grafia biblica, molto importante e sempre di più svelata e conosciuta”. 

Padre Frédéric Manns, biblista



A cura di Vittoria Scanu

sabato 11 marzo 2017

La lettera di Rav Giuseppe Laras, rabbino capo emerito di Milano e presidente del tribunale rabbinico del Nord Italia, ai vertici dell'Associazione Biblica Italiana.

Rav Giuseppe Laras
Qui di seguito i punti salienti della lettera:


«1. Partiamo dalla frase finale (“La trattazione del tema generale del convegno, così delineata, intende evitare l’impressione che si voglia parlare della religione dell’Antico Testamento in luce negativa”): i latini solevano dire “excusatio non petita, accusatio manifesta”! E, per inciso, fa specie che, proprio dei biblisti, ad esempio, usino l’espressione A.T. e non Bibbia Ebraica, Primo Testamento o Scritture di Israele, indipendentemente dai Documenti Ufficiali redatti negli scorsi decenni dalla Chiesa Cattolica, da altre Chiese e dal dialogo ebraico/cristiano. (qui sono “conservatori” È certamente significativo, circa il punto 1, che non figuri (nemmeno pro forma o per portare acqua al loro mulino) neanche un ebreo biblista o rabbino in siffatte giornate di studio.

2. Si parla di “religione dell’AT”, introitando l’idea che l’ebraismo postbiblico rabbinico e il cristianesimo siano fratelli diversi e gemelli di una supposta religione biblica precedente (qui fanno i “progressisti”, recependo l’ultimo ambiguo documento vaticano sul dialogo ebraico-cristiano) di cui sarebbero egualmente eredi ebrei e cristiani.

3. Circa codesta “religione dell’AT”, coincidente con ogni evidenza con la Torah (e difatti vi mettono in polemica Giobbe, che non ha connotazioni ebraiche così evidenti), costoro affermano a più riprese che essa è “ambivalente”, con “ambiguità” e una “rivelazione double-face”. È chiaro dai toni che, per questi lettori cristiani, vi è uno scarto e un’opposizione con la fede e gli scritti cristiani successivi (il che è contraddittorio però con il punto 3), di cui è detto infatti che ha avuto un rapporto “dialettico”, cioè come a dire che se ne sono “smarcati”. È evidente il marcionismo, con buona pace di Agostino di Ippona, che, nonostante il disastroso sostituzionismo, riuscì comunque a scrivere circa le Scritture ebraiche: «In vetere Testamento novum latet, in novo vetus patet» (Hept. 2, 73: PL 34, 623). Inoltre, cosa ancor più significativa, i termini “ambivalente” e “double-face” esprimono un chiaro giudizio assiologico negativo. Il marcionismo non è quindi più teologico, ma etico (cosa ancor più preoccupante). Probabilmente le persone che hanno organizzato il convegno (senza nemmeno l’ipocrisia di invitare un ebreo biblista) si sono sentite incoraggiate dai contenuti di vari Angelus e omelie dell’attuale Pontefice.

4. L’opposizione Profeti e Agiografi versus Torah, intesa come universalismo e profetismo contro moralismo e legalismo, ricalca il marcionismo tradizionale (e qui sono ancora “conservatori”)… e si tratterebbe di “biblisti”!

5. L’opposizione succitata rientra coerentemente con l’orrenda bozza di titolo: “Israele popolo di un Dio geloso: coerenze e ambiguità di una religione elitaria”. Risuona nell’orecchio, per contrario, il titolo dello sciagurato scritto di A. V. Arnack “Marcione, il Vangelo del Dio Straniero”… È chiaro che “geloso” e “elitaria” sono caratteri etici, simbolici e politici negativi. E hanno una storia -che costoro sin nella bozza di titolo hanno fatto finta di ignorare- antisemita! E restano tra gli argomenti preferiti degli antisemiti odierni!

6. Il carattere binario della Torah (universalimo/particolarismo; Israele/ Popoli; ideale/concreto; estasi/normativa; misericordia/giustizia), degradato a “ambiguità double-fax”, sarebbe la base secondo costoro per la nascita del fondamentalismo e dell’assolutismo, qualora salti uno dei due termini delle polarità. Questo ammesso e non concesso, tuttavia ovviamente non viene analizzato l’altro caso in cui può manifestarsi la sconnessione dei termini delle polarità: cioè quello dell’utopia…come se nella storia dei singoli e delle collettività non sia stato un veleno altrettanto pericoloso,dilagato e dilagante abbondantemente nei vari universi cristiani per secoli (vd. sessualità, vita politica, riflessioni su guerra e pace)!

7. Pare evidente dai toni e dai contenuti dello scritto introduttivo che chi scrive (oltre a essere antisemita e marcionita) sia ateo, nel senso deteriore del termine (ci sono infatti atei che sono persone degnissime e rispettabilissime): la Scrittura cioè è intesa unicamente e solo come elaborazione di temi e idee, tra cui si può selezionare un’antologia ragionata di ciò che è oggi accettabile o meno, in base allo spirito del tempo. Questo non sarebbe accettabile se applicato a un’opera letteraria fondativa, smembrata e compresa con altri criteri esterni, come la Divina Commedia o l’Eneide, ma con la Bibbia sì. La domanda che si impone, oltre alla constatazione della loro non-credenza, è: perché? a cosa risponde questa loro esigenza?

8. È strano che questo “ateismo teologico”, peraltro poco rigoroso, non risponda, se assunto effettivamente, con la più semplice delle spiegazioni, ossia quella sociologica: la Bibbia sarebbe fatta così come loro la descrivono -sempre che ci si voglia muovere in questa prospettiva falsante- perché espressione di una minoranza assoluta determinata a resistere, che si vuole preservare e che vuole darsi un senso “per differenza” rispetto alle maggioranze in cui è nata e da cui era schiacciata.

9. La cosa drammaticamente significativa è che questa operazione sia portata avanti non da filosofi o teologi (e sarebbe grave ugualmente), che farebbero cioè un “meta-lavoro” su questi dati, ma da biblisti, ossia coloro che dovrebbero essere innamorati per professione del testo biblico e lontani per formazione dal marcionismo, il che è ancor più preoccupante. Come è molto preoccupante che questi signori, nel parlare dei rapporti e degli eventuali prestiti tra la “religione dell’Antico Testamento” (che espressione odiosa e assurda!) e le altre “religioni coeve”, non colgano -o non vogliano ammettere- quantomeno una folgorante differenza qualitativa tra queste ultime e il monoteismo abramitico e mosaico… e sarebbero biblisti!

10. Cosa ancor più preoccupante, ancora così scrivono: “Questo aspetto andrà approfondito con attenzione, perché inciderà sulle religioni post-bibliche (sarà accentuato nel rabbinismo post-biblico, dialetticamente affrontato nel cristianesimo, globalmente assimilato nell’Islam). L’ambivalenza della Tôrāh si riscontra su due versanti.” Purtroppo non si tratta di una novità e sembrerebbero saldarsi pericolosamente qui “cattolicesimo filo-islamico”, “vecchio marcionismo” (specie ora in una prospettiva etico-intersoggettiva e non più teologica) e alcune tesi sostenute da non pochi islamologi occidentali: ossia che la parte fondamentalista del Corano sia in primo luogo e soprattutto un’eredità ebraica (la Bibbia Ebraica) e che gli eccessi della Sharia siano dovuti eminentemente ad opera di ebrei convertiti all’Islam nei secoli o di loro discendenti (come se le norme sofisticate e oppressive dell’impero cristiano bizantino non siano state recepite dalla normativa aggressiva teologico-politica islamica!). A titolo informativo ed esemplificativo ecco quello che scrive il docente C. Lo Jacono (Einaudi) nel suo “Storia del Mondo Islamico VII-XVI secolo”, un occidentale dunque e non un musulmano arabo (pg 8): “Un Dio clemente dunque, che ama le Sue creature e che indica loro, per Sua grazia, il Suo volere (e dunque il bene) e quanto gli dispiace (e dunque il male), compiendo ed evitando i quali l’uomo potrà francescanamente sperare “ka la morte secunda no ‘l farrà male”. Un Dio tremendo, però, Onnipotente e giusto, come il Dio degli Ebrei, che non tollera compagni da associarGli nella venerazione dovutaGli, con cui non è possibile alcun patteggiamento e che esige la totale sottomissione….” Ora, chiaramente nella bozza dell’ABI questo non è scritto, tuttavia non pare remoto il fatto che si voglia andare a parare esattamente lì. Il che culturalmente, religiosamente e politicamente significa andare a sollevare l’Islam e la sua tradizione da responsabilità primarie di sorta, in quanto erede passivo di tradizioni arcaiche negative (le nostre), ossia la Torah (peccato che questi biblisti si dimentichino che per i musulmani la Torah è erronea e alterata, e non da un punto di vista filologico bensì teologico-fondativo). Vi sarebbe infine da ricordare a costoro che non poche delle argomentazioni antigiudaiche presenti nel Corano e nella Sunna sono state da più studiosi ricollegate con estrema facilità all’antigiudaismo militante dei gruppi cristiani arabi locali ai tempi di Muhammad, molti dei quali convertitisi all’Islam nascente e imperante. Questo se proprio si vuol parlare di responsabilità remote….!

11. È interessante che, in tale senso, si voglia ledere proprio la base e il senso del Tanakh, spuntando o mettendo forti ipoteche sul suo concetto cardine, ossia quello teologico e pratico di libertà, ancora una volta addomesticando l’Islam svilendo la Bibbia.

12. Molti di noi hanno “toccato per mano” la scelta di certi ambienti cattolici di preferire l’abbraccio con l’islam al “trialogo” includente l’ebraismo e allo specifico dialogo ebraico-cristiano. Ma sappiamo anche che non tutti i cattolici vogliono quell’abbraccio. Non tutti i cattolici che vogliono ricondurre qualsiasi negatività all’ebraismo sanno però che sono stati proprio dei cristiani convertiti all’islam come Titus Burckhardt, René Guénon e altri che con i loro scritti hanno diffuso il concetto che, essendo l’ebraismo la religione della giustizia, e il cristianesimo quella dell’amore, l’islam è la religione della sintesi, la religione completa e perfetta (Era uno dei ritornelli contro i quali è stato necessario lottare negli anni Settanta e Ottanta). Forse tra i cattolici con cariche importanti alcuni hanno la consapevolezza che l’abbraccio con l’islam può condurre anche alle conversioni all’islam (per non parlare di tutti gli altri pericoli)”.

CONCLUSIONI

Sia che la cosa dovesse rispondere a una strategia ben delineata sia che si tratti dell’attuazione di pensieri volatili che si moltiplicano nell’aere, ci troviamo di fronte a una potenziale venefica saldatura tra due antisemitismi rinnovantisi promossa dalla Chiesa Cattolica o da sue parti rilevanti:

1) La causa dell’instabilità del Medio Oriente e dunque del mondo sarebbe Israele (colpa politica);

2) La causa remota del fondamentalismo e dell’assolutismo dei monoteismi sarebbe la Torah, con ricadute persino sul povero Islam (colpa archetipica, simbolica, etica e religiosa).

Ergo siamo esecrabili, abbandonabili e sacrificabili. Questo permetterebbe un’ipotesi di pacificazione tra cristianesimo e Islam e l’individuazione del comune problema, ossia noi. E stavolta si trova un patrigno nobile nella Bibbia e un araldo proprio nei biblisti.

Questa strategia (peraltro a lungo termine cieca e suicida anche per il cristianesimo stesso, ammesso che costoro vogliano sopravvivere e il loro odio verso i loro padri, noi e loro stessi non travalichi troppo), mescolata a vellutato ateismo, sembrerebbe essere coerente con la diffusa comprensione attuale di Gesù di Nazareth:

-non parlano più da tempo del “Gesù della fede cristiana” (ossia Trinità, doppia Natura etc etc), perché lontanissimo dalla sensibilità odierna;

-evitano di parlare del Gesù storico (Martini e Ratzinger per vie diverse, non recepiti entrambi), perché dovrebbero parlare inevitabilmente del Gesù Ebreo e questo oggi in termini politici è per loro problematico;

-parlano di Gesù come di un “maestro di morale”, ovviamente in polemica con gli ebrei del tempo e la loro morale: marcionismo etico (e la riduzione della fede a etica è appunto una forma di ateismo)».



Fonte: 



a cura di Vittoria Scanu